Le temperature in quel di Tarrafal stanno costantemente aumentando, i tramonti sono fantastici, il mare è sempre più caldo. E di conseguenza i vestiti della gioventù locale si fanno sempre più striminziti, mostrando muscoli che, ne sono certo, non fanno parte del mio patrimonio biologico. Insomma... ci prepariamo all'estate! Nel dubbio, le zanzare si sono già attrezzate.
In questo posto vorrei parlare un po' di religione. Mi riesce difficile, perché è un po' come se Galeazzi disquisisse di dieta o Sasha Grey dissertasse di castità. Ma l'aspetto religioso è fondamentale per la comprensione di qualsiasi popolo; cercherò quindi di affrontare l'argomento in maniera rispettosa e possibilmente obiettiva, per non turbare la sensibilità di nessuno.
Capo Verde è a schiacciante maggioranza cattolica. E quando dico schiacciante, vuol dire veramente la quasi totalità. Sorprendendo un po' tutti, Papa Francesco ha nominato Cardinale il capoverdiano Arlindo Gomes Furtado, che è diventato così il primo porporato dell'arcipelago.
Senza entrare nel merito della santità del religioso né in quella dell'investitura, le conseguenze sono state all'altezza della migliore campagna di marketing mai promossa! Entusiasmo incontenibile della popolazione, delle autorità, un cartellone gigante in piena capitale, nell'Achada Sant'Antonio, esposto per mesi a celebrare il nuovo Cardinale.
Del resto i capoverdiani hanno ereditato molto il gusto per il pomposo e del celebrativo dei portoghesi.
Qualche mese fa, non ricordo se a dicembre o a gennaio, ha ricevuto l'investitura il nuovo parroco di Tarrafal. Considerando le dimensioni del paese, la cerimonia nelle mie aspettative sarebbe dovuta essere all'incirca paragonabile a quella per un nuovo parroco di una cittadina come Santhià: sobria, rapida, essenziale.
Macché: migliaia e migliaia di persone a seguire la messa, che l'Angelus gli spiccia casa, decorazioni appese per le strade, poliziotti a convogliare il traffico, cibo gratis per tutti. Insomma, una grandissima festa di tutta la comunità. Pare che il nuovo parroco sia giovane, capace, simpatico e pieno di energia; unico neo: non ha presenziato al mio finto matrimonio di novembre.
La Santa Messa, del resto, qui è molto seguita; sabato sera e domenica mattina migliaia di fedeli affollano la "chiesa temporanea", vestiti con gli abiti migliori, tutti lindi e pinti.
Dico "temporanea", perché viene attualmente celebrata in uno spiazzo adibito allo scopo, poiché la Chiesa di Sant'Amaro. il patrono di Tarrafal, è al momento in ristrutturazione. Qui mancheranno i soldi per fare tante cose, ma per le costruzioni religiose si trovano: la strada per Santiago, per esempio, mostra, tra tante fatiscenti case grigie, spoglie e non terminate, delle bellissime, pulite e splendenti chiesette, come gioielli incastonati nel fango.
La religione cattolica è molto sentita anche nel quotidiano; nell'abbigliamento (croci, rosari, santini), nella conversazione (frasi come "se Dio vorrà", "se Dio aiuterà"), nei nomi attribuiti alle macchine e alle barche ("Gesù è mio fratello", "il buon pastore", "nelle mani di Dio"... quest'ultimo l'ho sempre trovato inquietante come nome di un'imbarcazione!).
Ma anche una popolazione così devota deve fare i conti con i tanti contrasti del cattolicesimo. E spiegarsi, qui più che altrove, come conciliare la propria fede con i tanti figli senza padre, nati molto al di fuori del matrimonio, che sono la colonna vertebrale della gioventù di Capo Verde. Così, per fare un esempio.
Immancabili, instancabili, inarrestabili, sono qui ben rappresentati i Testimoni di Geova. ne ho conosciuti anche di Italiani, giunti a Capo Verde per fare probabilmente uno scambio di esperienze, e li ho anche trovati molto simpatici. Quelli che invece mi hanno bussato a casa svegliandomi, nel mio primo giorno di riposo, quelli no, quelli non mi sono stati simpatici affatto. E gliel'ho spiegato.
Molto presenti anche gli adepti della Chiesa dei Santi dell'Ultimo Giorno, meglio conosciuti come Mormoni. "Ultimo giorno" che va interpretato un po' alla Giorgio Mastrota perché, alla faccia delle scadenze, questi continuano ad arrivare. Camicia bianca, pantaloni neri, badge, espressione di chi sta prendendo la vita sul serio. Ma terribilmente fuori posto nel camminare con le scarpe lucide per le strade sterrate di Tarrafal. Anche se, su questa mia ultima frase, si potrebbero scrivere enciclopedie di filologia evangelica.
Concludo con i musulmani. Qui sono veramente pochissimi, quasi sempre stranieri immigrati per motivi di lavoro. E per motivi di lavoro li ho conosciuti e frequentati: per esempio Moussa, il fabbro che da 3 mesi deve farmi una saldatura, o Alassam, il parrucchiere che mi ha fatto un buco in testa.
E io, che ecumenicamente considero tutte le religioni allo stesso livello, ho espresso loro il mio punto di vista senza alcun imbarazzo.
Perché sì, è vero: so bestemmiare anche in Arabo.
Può capitare di partire dal Piemonte nebbioso e di ritrovarsi in Africa. Che però tanto Africa non è.
sabato 16 aprile 2016
venerdì 1 aprile 2016
Musa, quell'uom di multiforme ingegno Dimmi, che molto errò.
Concludevo l'ultimo post mettendomi in mano a TAP per il trasporto di questo pover'uomo da Praia a Milano Malpensa.
Sulla carta il viaggio non è particolarmente lungo né scomodo, così all'andata come al ritorno. A meno che le cose non vadano storte.
In teoria si parte da Praia alle 00:55 per giungere a Lisbona alle 6:00 (ore locali), con una coincidenza rapida alle 7:20 che giunge a Milano dopo 2 ore e 45 minuti.
L'ultima volta che ho tentato di combinare questi aerei, il primo ha portato ritardo, ho perso il secondo e, causa un overbooking del Lisbona-Milano successivo, siamo dovuti rientrare via Bruxelles, mentre la mia valigia piena di manghi maturi girava impavidamente l'Europa per a settimana.
Questa volta mi sono fatto furbo: ho deciso di prenotare direttamente il volo delle 13:25 da Lisbona: qualche ora in più di attesa, ma la certezza di arrivare. Bravo genio.
Premetto che il giorno prima di partire sono andato a lavorare, ho fatto rapidamente la valigia e alle 17:30 sono partito da Tarrafal per Praia. Cena e subito in aeroporto.
Iniziavo il viaggio già stanco, quindi, e la stanchezza veniva in seguito aggravata dalla mancanza di sonno sul volo dovuta agli spazi angusti ed alla corporatura strabordante della signora al mio fianco.
Arrivando a Lisbona, quindi, abbandonavo la balzana idea di una colazione abbondante a base di birra e baccalà per le vie della città, e mi sdraiavo a pennicare su una chaise longue come il più barbone tra gli studenti Erasmus.
L'imbarco avveniva in ritardo di circa un'ora e, una volta saliti, il comandante comunicava in portoghese ed in inglese, ad una clientela completamente italiana, che l'aereo sarebbe partito con 45 minuti di ritardo. Il gruppo di baldi veneti dietro di me ha sfruttato l'occasione per insegnare decine di fantasiose bestemmie a tutti i passeggeri. Bestemmie leggere, se paragonate a quelle che hanno iniziato a grandinare allo scadere dei 45 minuti ed in seguito ad un secondo annuncio identico al primo.
Alle 17 circa ci hanno quindi fatti sbarcare comunicandoci che, causa sciopero dei controllori di volo francesi, il cui spazio aereo avremmo dovuto attraversare, la partenza veniva rinviata al giorno successivo e saremmo stati spostati in hotel fino a nuove disposizioni.
Quello che mi ha colpito positivamente è che, a parte un paio di casi isolati, la situazione è stata vissuta senza nervosismo anzi, capeggiati dal gruppo veneto che vedeva il bicchiere mezzo pieno (di grappa), il tutto si è trasformato in una gita delle superiori!
Poiché il bagaglio è rimasto imbarcato, sono dovuto uscire a comprarmi un paio di mutande portoghesi; nei 15 minuti di passeggiata, Giove Pluvio si è scatenato, probabilmente per vendicare i colleghi vilipesi nel pomeriggio. Era un Luigi zuppo, stanco ed intollerante a tutto, quindi, quello che infine è salito in camera ed ha svuotato il minibar!
Hotel confortevole, cena sufficiente, a letto alle 21 e sveglia alle 6.
La colazione almeno mi ha regalato il sempre interessante spettacolo offerto da un gruppo di orientali alle prese con il buffet: il signore che mangiava pesche sciroppate e fagioli ha messo tutti a tacere.
Il giorno seguente dunque partiamo alle 10 con volo speciale e arriviamo alle 14 italiane. Bilancio: un viaggio lunghissimo, stancante e che si è mangiato un giorno della mia già striminzita vacanza.
Sapremo fare di peggio? Il volo di rientro, tra pochi giorni, ci darà tutte le risposte...
Poiché la vita è un viaggio, mi sono spostato con mio fratello in Puglia per passare la Pasqua. La notizia, la VERA notizia, è che ho preso ben 8 treni di Trenitalia e tutti e 8, TUTTI E 8, sono partiti puntuali al minuto.
Se sono anche arrivati puntuali, beh, quella è un'altra storia.
Sulla carta il viaggio non è particolarmente lungo né scomodo, così all'andata come al ritorno. A meno che le cose non vadano storte.
In teoria si parte da Praia alle 00:55 per giungere a Lisbona alle 6:00 (ore locali), con una coincidenza rapida alle 7:20 che giunge a Milano dopo 2 ore e 45 minuti.
L'ultima volta che ho tentato di combinare questi aerei, il primo ha portato ritardo, ho perso il secondo e, causa un overbooking del Lisbona-Milano successivo, siamo dovuti rientrare via Bruxelles, mentre la mia valigia piena di manghi maturi girava impavidamente l'Europa per a settimana.
Questa volta mi sono fatto furbo: ho deciso di prenotare direttamente il volo delle 13:25 da Lisbona: qualche ora in più di attesa, ma la certezza di arrivare. Bravo genio.
Premetto che il giorno prima di partire sono andato a lavorare, ho fatto rapidamente la valigia e alle 17:30 sono partito da Tarrafal per Praia. Cena e subito in aeroporto.
Iniziavo il viaggio già stanco, quindi, e la stanchezza veniva in seguito aggravata dalla mancanza di sonno sul volo dovuta agli spazi angusti ed alla corporatura strabordante della signora al mio fianco.
Arrivando a Lisbona, quindi, abbandonavo la balzana idea di una colazione abbondante a base di birra e baccalà per le vie della città, e mi sdraiavo a pennicare su una chaise longue come il più barbone tra gli studenti Erasmus.
L'imbarco avveniva in ritardo di circa un'ora e, una volta saliti, il comandante comunicava in portoghese ed in inglese, ad una clientela completamente italiana, che l'aereo sarebbe partito con 45 minuti di ritardo. Il gruppo di baldi veneti dietro di me ha sfruttato l'occasione per insegnare decine di fantasiose bestemmie a tutti i passeggeri. Bestemmie leggere, se paragonate a quelle che hanno iniziato a grandinare allo scadere dei 45 minuti ed in seguito ad un secondo annuncio identico al primo.
Alle 17 circa ci hanno quindi fatti sbarcare comunicandoci che, causa sciopero dei controllori di volo francesi, il cui spazio aereo avremmo dovuto attraversare, la partenza veniva rinviata al giorno successivo e saremmo stati spostati in hotel fino a nuove disposizioni.
Quello che mi ha colpito positivamente è che, a parte un paio di casi isolati, la situazione è stata vissuta senza nervosismo anzi, capeggiati dal gruppo veneto che vedeva il bicchiere mezzo pieno (di grappa), il tutto si è trasformato in una gita delle superiori!
Poiché il bagaglio è rimasto imbarcato, sono dovuto uscire a comprarmi un paio di mutande portoghesi; nei 15 minuti di passeggiata, Giove Pluvio si è scatenato, probabilmente per vendicare i colleghi vilipesi nel pomeriggio. Era un Luigi zuppo, stanco ed intollerante a tutto, quindi, quello che infine è salito in camera ed ha svuotato il minibar!
Hotel confortevole, cena sufficiente, a letto alle 21 e sveglia alle 6.
La colazione almeno mi ha regalato il sempre interessante spettacolo offerto da un gruppo di orientali alle prese con il buffet: il signore che mangiava pesche sciroppate e fagioli ha messo tutti a tacere.
Il giorno seguente dunque partiamo alle 10 con volo speciale e arriviamo alle 14 italiane. Bilancio: un viaggio lunghissimo, stancante e che si è mangiato un giorno della mia già striminzita vacanza.
Sapremo fare di peggio? Il volo di rientro, tra pochi giorni, ci darà tutte le risposte...
Poiché la vita è un viaggio, mi sono spostato con mio fratello in Puglia per passare la Pasqua. La notizia, la VERA notizia, è che ho preso ben 8 treni di Trenitalia e tutti e 8, TUTTI E 8, sono partiti puntuali al minuto.
Se sono anche arrivati puntuali, beh, quella è un'altra storia.
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domenica 20 marzo 2016
Un giorno di dolore.
Tra poche ore prenderò il taxi per Praia dove, stanotte, mi imbarcherò alla volta di Milano via Lisbona. Viste le precarie condizioni economiche di TACV, unite alla loro scarsa cura del cliente, mi sono affidato completamente a TAP, regalandomi un viaggio notturno ed uno scalo portoghese con tanto di colazione a base di birra e crocchette di baccalà.
Incrociamo le dita.
Quattro giorni fa, Tarrafal è stata scenario di un terribile incidente stradale. La strada che la unisce alla capitale supera il massiccio della Serra Malagueta, attraversando un passo che si trova a circa 800 metri; da lì poi scende e in 12 km raggiunge il livello del mare. La discesa quindi è abbastanza ripida e costante e l'ultima pendenza, un rettilineo lungo circa tre km, conduce alle porte della popolatissima Chao Bom, la parte alta di Tarrafal.
Verso le 11 di mattina un camion proveniente da Praia e carico di cubi di porfido e di mattoni, ha perso, secondo le ricostruzioni, l'uso dei freni piombando in città con un devastante effetto boowling.
La strada qui non è appannaggio esclusivo dei mezzi di trasporto. Lungo di essa si svolge la vita quotidiana, la gente sosta a parlare, i venditori mandano avanti le loro attività e i bambini aspettano di andare a scuola.
A quell'ora, dunque, c'era veramente molta gente.
Il camion è precipitato su due mezzi: un minivan pieno di persone e un pick-up fermo sul bordo strada, compiendo una vera strage. Il minivan è stato scagliato all'altezza del primo piano di una casa, creando una voragine impressionante, come una gigantesca carie. Inoltre il camion ha seminato sugli astanti una letale pioggia di pietre e mattoni.
Sono morte 8 persone, tra cui 2 bambini; moltissimi i feriti, alcuni in pericolo di vita e diversi i mutilati.
Non mi dilungo oltre su questi fatti perché non ritengo sia il caso.
Ma voglio scrivere due righe su come la comunità locale vive la disgrazia e il lutto, un ulteriore aspetto che mi aiuta a comporre e comprendere il mosaico di una cultura così diversa dalla mia.
Il segnale della sciagura è sempre lo stesso: un anno fa per terribile ironia, nel giorno di festa dedicato all'infanzia e alla gioventù, giorno che tradizionalmente le scolaresche passano al mare, due alunni e un professore sono morti affogati. Anche in quel caso la tragedia è stata annunciata allo stesso modo: le donne in strada iniziano ad urlare e a lamentarsi, e vanno avanti per ore.
Questa è la caratteristica sicuramente più particolare e toccante; queste prefiche che girano per il paese portando il triste annuncio, consolandosi a vicenda, continuando addirittura le proprie mansioni ma senza smettere di portare il proprio cordoglio in ogni luogo.
Dopodiché la città migra. Inizia una processione con ogni mezzo, a piedi, con auto, con trasporti di fortuna, verso il luogo della sciagura. Alcuni più velocemente, altri più lenti, a seconda del grado di preoccupazione e di coinvolgimento, o semplicemente per curiosità, ci si sposta in blocco e ogni attività si ferma. Anche i ragazzi del mio ristorante hanno smesso di lavorare, alcuni piangendo, altri con la faccia scura; ho dovuto caricare in macchina uno di essi per andare a prendere informazione perché gli altri non si davano pace.
E questo un po' per il forte senso di comunità, ma anche perché qui tutti sono imparentati con tutti, tra zii, cugini, parenti vari.
Insomma, una tristezza infinita; ho anche avuto modo di vedere l'abnegazione nel portare soccorso da parte di medici, pompieri, poliziotti e civili, nonostante la pochezza dei mezzi. Scene toccanti delle quali preferisco non parlare, vista la generale leggerezza di questo blog.
In fondo, come dicono qui di fronte ad ogni ostacolo o difficoltà: "è vida!". Anche quando riguarda la morte.
Oggi ci sono le elezioni politiche. La vittoria dell'uno o dell'altro partito avrà influenze dirette sulla mia vita e sulla mia attività. Ma devo ammettere che non sono preoccupato da questo quanto da un'altra cosa: venerdì (Venerdì Santo!!!) viaggerò con Trenitalia. E già sono certo che bestemmierò cosi tanto, da farGli passare la voglia di risorgere.
Incrociamo le dita.
Quattro giorni fa, Tarrafal è stata scenario di un terribile incidente stradale. La strada che la unisce alla capitale supera il massiccio della Serra Malagueta, attraversando un passo che si trova a circa 800 metri; da lì poi scende e in 12 km raggiunge il livello del mare. La discesa quindi è abbastanza ripida e costante e l'ultima pendenza, un rettilineo lungo circa tre km, conduce alle porte della popolatissima Chao Bom, la parte alta di Tarrafal.
Verso le 11 di mattina un camion proveniente da Praia e carico di cubi di porfido e di mattoni, ha perso, secondo le ricostruzioni, l'uso dei freni piombando in città con un devastante effetto boowling.
La strada qui non è appannaggio esclusivo dei mezzi di trasporto. Lungo di essa si svolge la vita quotidiana, la gente sosta a parlare, i venditori mandano avanti le loro attività e i bambini aspettano di andare a scuola.
A quell'ora, dunque, c'era veramente molta gente.
Il camion è precipitato su due mezzi: un minivan pieno di persone e un pick-up fermo sul bordo strada, compiendo una vera strage. Il minivan è stato scagliato all'altezza del primo piano di una casa, creando una voragine impressionante, come una gigantesca carie. Inoltre il camion ha seminato sugli astanti una letale pioggia di pietre e mattoni.
Sono morte 8 persone, tra cui 2 bambini; moltissimi i feriti, alcuni in pericolo di vita e diversi i mutilati.
Non mi dilungo oltre su questi fatti perché non ritengo sia il caso.
Ma voglio scrivere due righe su come la comunità locale vive la disgrazia e il lutto, un ulteriore aspetto che mi aiuta a comporre e comprendere il mosaico di una cultura così diversa dalla mia.
Il segnale della sciagura è sempre lo stesso: un anno fa per terribile ironia, nel giorno di festa dedicato all'infanzia e alla gioventù, giorno che tradizionalmente le scolaresche passano al mare, due alunni e un professore sono morti affogati. Anche in quel caso la tragedia è stata annunciata allo stesso modo: le donne in strada iniziano ad urlare e a lamentarsi, e vanno avanti per ore.
Questa è la caratteristica sicuramente più particolare e toccante; queste prefiche che girano per il paese portando il triste annuncio, consolandosi a vicenda, continuando addirittura le proprie mansioni ma senza smettere di portare il proprio cordoglio in ogni luogo.
Dopodiché la città migra. Inizia una processione con ogni mezzo, a piedi, con auto, con trasporti di fortuna, verso il luogo della sciagura. Alcuni più velocemente, altri più lenti, a seconda del grado di preoccupazione e di coinvolgimento, o semplicemente per curiosità, ci si sposta in blocco e ogni attività si ferma. Anche i ragazzi del mio ristorante hanno smesso di lavorare, alcuni piangendo, altri con la faccia scura; ho dovuto caricare in macchina uno di essi per andare a prendere informazione perché gli altri non si davano pace.
E questo un po' per il forte senso di comunità, ma anche perché qui tutti sono imparentati con tutti, tra zii, cugini, parenti vari.
Insomma, una tristezza infinita; ho anche avuto modo di vedere l'abnegazione nel portare soccorso da parte di medici, pompieri, poliziotti e civili, nonostante la pochezza dei mezzi. Scene toccanti delle quali preferisco non parlare, vista la generale leggerezza di questo blog.
In fondo, come dicono qui di fronte ad ogni ostacolo o difficoltà: "è vida!". Anche quando riguarda la morte.
Oggi ci sono le elezioni politiche. La vittoria dell'uno o dell'altro partito avrà influenze dirette sulla mia vita e sulla mia attività. Ma devo ammettere che non sono preoccupato da questo quanto da un'altra cosa: venerdì (Venerdì Santo!!!) viaggerò con Trenitalia. E già sono certo che bestemmierò cosi tanto, da farGli passare la voglia di risorgere.
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martedì 8 marzo 2016
Vota Antonio La Trippa!
A Capo Verde è tempo di campagna elettorale, in vista delle elezioni politiche di giorno 20 marzo che andranno a stabilire chi sarà il nuovo primo ministro e, di conseguenza, la politica del paese per i prossimi anni.
Devo star molto attento nel parlare in maniera critica di un'altra democrazia o della sua classe politica; rischierei di dimenticarmi che arrivo dalla repubblica delle banane, dove l'attuale sistema elettorale, se non sbaglio, è la flatulenza bi-intestinale con peto di maggioranza. Ma tant'è, qualcosa dovrò pur scrivere.
Una piccola premessa per capirci. Il sistema capoverdiano è basato sul bi-partitismo (salvo risibili eccezioni), con il PAICV, centrodestra al governo, e il MPD, sinistra attualmente all'opposizione ma molto forte e sentita in alcuni distretti, come per esempio Tarrafal, dove vince le amministrative ininterrottamente da molti anni.
Corollario immancabile di questo sistema è composto dalle varie polemiche, dalle accuse, dal rimbalzarsi di responsabilità, dal nepotismo e dal clientelarismo che ogni repubblica che si rispetti usa come lubrificante per la propria macchina politica fin dai tempi dell'antica Roma.
Più in generale, posso affermare con ragionevole certezza che il capoverdiano medio non è affatto soddisfatto della gestione della cosa pubblica, sia a livello locale, che a livello nazionale.
La campagna elettorale lascia stupefatto un povero ed ingenuo europeo come me. Dal giorno di apertura ufficiale, che si celebra con varie feste organizzate dai partiti, pare di assistere ad un mix tra un carnevale e una manifestazione sportiva in cui i sostenitori sono gli ultrà del partito. Gruppi di giovani con le maglie del colore del proprio partito (giallo per il PAICV, rosso - ovviamente - per l'MPD), sfilano, manifestano, ballano, fanno casino.
Auto con casse e megafoni percorrono le strade martellando incessantemente i poveri timpani dei malcapitati che si trovano nei paraggi. Intere carovane di minivan vengono noleggiate, riempite di "supporters", addobbate con bandiere e locandine e fatte sfilare tra i vari paesi. Insomma, sembra la famosa gara a chi ce l'ha più duro, a voler dimostrare chi è più forte. Forse sperando che gli indecisi si accodino al gregge che gli sembra più pasciuto.
Anche perché, a ben guardare i diversi programmi elettorali, tutte queste differenze non si vedono: sviluppo, lavoro per i giovani, aumento del salario minimo. Insomma, promettono di fare, prossimamente e in cambio del voto, quello che finora avevano la facoltà di fare e che non hanno fatto. Inquietanti analogie con la mia terra natia, mi pare!
La parte comica è rappresentata dai giovani ai quali chiedi. "Chi voterai?" - "Io sono MPD" - "E perché?" - "Non lo so!".
Però sono prontissimi, appena gli avversari si distraggono, a strappare i manifesti della concorrenza, distruggerne le bandiere, fare dispettucci.
Cambiando argomento, se servisse mai qualche motivo in più per fare una capatina a Capo Verde, basta cliccare qui. E il carro di buoi esce sconfitto 10 a 0!
Devo star molto attento nel parlare in maniera critica di un'altra democrazia o della sua classe politica; rischierei di dimenticarmi che arrivo dalla repubblica delle banane, dove l'attuale sistema elettorale, se non sbaglio, è la flatulenza bi-intestinale con peto di maggioranza. Ma tant'è, qualcosa dovrò pur scrivere.
Una piccola premessa per capirci. Il sistema capoverdiano è basato sul bi-partitismo (salvo risibili eccezioni), con il PAICV, centrodestra al governo, e il MPD, sinistra attualmente all'opposizione ma molto forte e sentita in alcuni distretti, come per esempio Tarrafal, dove vince le amministrative ininterrottamente da molti anni.
Corollario immancabile di questo sistema è composto dalle varie polemiche, dalle accuse, dal rimbalzarsi di responsabilità, dal nepotismo e dal clientelarismo che ogni repubblica che si rispetti usa come lubrificante per la propria macchina politica fin dai tempi dell'antica Roma.
Più in generale, posso affermare con ragionevole certezza che il capoverdiano medio non è affatto soddisfatto della gestione della cosa pubblica, sia a livello locale, che a livello nazionale.
La campagna elettorale lascia stupefatto un povero ed ingenuo europeo come me. Dal giorno di apertura ufficiale, che si celebra con varie feste organizzate dai partiti, pare di assistere ad un mix tra un carnevale e una manifestazione sportiva in cui i sostenitori sono gli ultrà del partito. Gruppi di giovani con le maglie del colore del proprio partito (giallo per il PAICV, rosso - ovviamente - per l'MPD), sfilano, manifestano, ballano, fanno casino.
Auto con casse e megafoni percorrono le strade martellando incessantemente i poveri timpani dei malcapitati che si trovano nei paraggi. Intere carovane di minivan vengono noleggiate, riempite di "supporters", addobbate con bandiere e locandine e fatte sfilare tra i vari paesi. Insomma, sembra la famosa gara a chi ce l'ha più duro, a voler dimostrare chi è più forte. Forse sperando che gli indecisi si accodino al gregge che gli sembra più pasciuto.
Anche perché, a ben guardare i diversi programmi elettorali, tutte queste differenze non si vedono: sviluppo, lavoro per i giovani, aumento del salario minimo. Insomma, promettono di fare, prossimamente e in cambio del voto, quello che finora avevano la facoltà di fare e che non hanno fatto. Inquietanti analogie con la mia terra natia, mi pare!
La parte comica è rappresentata dai giovani ai quali chiedi. "Chi voterai?" - "Io sono MPD" - "E perché?" - "Non lo so!".
Però sono prontissimi, appena gli avversari si distraggono, a strappare i manifesti della concorrenza, distruggerne le bandiere, fare dispettucci.
Cambiando argomento, se servisse mai qualche motivo in più per fare una capatina a Capo Verde, basta cliccare qui. E il carro di buoi esce sconfitto 10 a 0!
sabato 20 febbraio 2016
Voglia di fuga! (e che Dio la beneduca).
Mi capita spesso, ultimamente, che conoscenti o perfetti estranei mi chiedano consiglio su come mollare tutto e trasferirsi all'estero. Sono un po' sconcertato dalla cosa; non sono un buon dispensatore di buonsenso e a me "guru" l'hanno detto solo in coda alla parola "vaffan".
Inoltre mi colpisce che la maggioranza di queste persone abbia un'età compresa tra i 30 e i 40 anni, cioè il periodo della vita in cui normalmente si consolidano le proprie posizioni, economica e famigliare, non quello in cui si vivono esperienze. E senza volermi soffermare sul significato di questa tendenza, posso solo sottolineare che vi state rivolgendo ad uno che a 40 anni non ha ancora combinato granché. E che spera sempre che il meglio debba ancora arrivare.
Non posso quindi che parlare in virtù delle mie esperienze, che non sono legge, che non hanno valore di verità assoluta e che costituiscono semplicemente il mio bagaglio.
1 - Perché cambiare: Quando decidi di abbandonare il luogo dove sei cresciuto, perché lo fai? Sei un imprenditore e scappi dalla eccessiva tassazione italiana? Vuoi migliorare la tua qualità di vita? Vuoi fare fortuna economicamente? O invece sei in fuga da qualcosa? La motivazione per la quale si cambiano vita, lingua, paese, cultura, amicizie, ritmi, alimentazione, modo di pensare, dev'essere una motivazione forte e sensata, non un semplice e non meglio definito: "voglia di cambiamento", "mi ha lasciato la fidanzata"; vere corsie preferenziali per un mesto ritorno a casa di mammà con le orecchie basse.
2 - Cosa vado a fare? Una volta maturata la decisione di partire, serve un progetto. Cosa voglio fare o cosa mi piace fare? Le risposte sono vincolate al punto 1 e al punto 3, il dove. Voglio far soldi per mettere via un gruzzolo per la vecchiaia? Banalmente, il manovale in Svizzera permette tuttora di guadagnare quei 6/7 mila euro al mese che, gestiti oculatamente, possono portare al conseguimento dell'obiettivo, avendo inoltre il vantaggio di non investire denaro. Voglio avere un'attività commerciale che mi permetta di vivere dignitosamente lasciandomi tempo libero e permettendomi di vivere bene? Ci sono diversi luoghi dove questa possibilità è concreta. Io la metterei cosi: se vuoi far soldi, preparati a lavorare tantissimo. Se vuoi vivere bene, prendi quello che viene e goditela.
Siamo un popolo che ama esportare la ristorazione, settore comunque molto difficile. Può sempre essere una buona scelta, ma in questo caso è meglio fare un po' di esperienza a casa, che serve sempre.
Vuoi aprire un chiringuito su una spiaggia deserta? Stai a casa tua, capra!
3 - Dove andare? Importante quanto il punto 2 ed ad esso strettamente connesso. Cosa vado a fare e dove lo faccio? Va da sé che determinate attività di moda in tv, come lo street food o il noleggiatore di surf, vanno fatti in luoghi dove il tenore di vita è già alto. Andare in Africa ed aprire un baracchino che vende pane con la milza, non è necessariamente garanzia di successo. Farlo a New York potrebbe essere interessante. Ho degli amici attualmente in Costa Rica per dare un'occhiata. Ecco, la cosa migliore è questa: andare a provare un po' il posto prima di decidere di mollare tutto e trasferircisi. Perché secondo me:
4 - Il paradiso non esiste! O meglio, ogni luogo può diventarlo, ma non lo è a prescindere. Non esistono, per la mia esperienza, popoli dove tutti sono simpatici e ti accolgono bene, luoghi dove il clima è perfetto al 100%, realtà dove la criminalità è pari a zero, dove ti regalano i soldi per fare il dipendente, dove la polizia è gentile e ti risolve i problemi, dove non vieni trattato da straniero. Perché finché si è turisti, tappeto rosso... ma poi cambia! Quindi, banale a dirlo, ma la chiave per rendere perfetto ogni posto è dentro di noi, e passa attraverso l'educazione, la capacità di relazionarsi con gli altri, la disponibilità ad adattarsi. E si va in punta di piedi, perché i tempi dei colonizzatori sono finiti e non hanno lasciato bei ricordi.
5 - Hai soldi da investire? Se hai da parte i tuoi 100.000 eurini, faticosamente risparmiati con il lavoro da contabile supportato dall'eredità della zia Pinuccia, cautela! Il mondo è pieno di individui specializzati nel ciucciarteli in pochissimo tempo. E non è nemmeno difficile riconoscerli, sono uguali ovunque: gioviali, disponibili, parlano la tua lingua, conoscono tutti, hanno contatti. Considerate comunque che in qualsiasi paese con un tenore di vita povero, il bianco è visto come quello da spennare, se non addirittura da rapinare. Trovate una comunità italiana, parlate con le persone, fate le giuste proporzioni tra vero e falso, cercate di capire. E non sentitevi mai furbi, perché appena mettiamo il naso fuori di casa, siamo dei pollastri!
Per ora mi fermo, forse un giorno andrò avanti. Ora vado a rivestire i panni dello stereotipo italiano e a mettere Toto Cutugno alla radio del ristorante! Ad maiora.
Ps. Ieri è morto Umberto Eco, che aveva detto "I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli". Un'uscita che ha indignato un sacco di gente.
Ma tanta. A legioni. Stasera mi rileggerò Baudolino.
Inoltre mi colpisce che la maggioranza di queste persone abbia un'età compresa tra i 30 e i 40 anni, cioè il periodo della vita in cui normalmente si consolidano le proprie posizioni, economica e famigliare, non quello in cui si vivono esperienze. E senza volermi soffermare sul significato di questa tendenza, posso solo sottolineare che vi state rivolgendo ad uno che a 40 anni non ha ancora combinato granché. E che spera sempre che il meglio debba ancora arrivare.
Non posso quindi che parlare in virtù delle mie esperienze, che non sono legge, che non hanno valore di verità assoluta e che costituiscono semplicemente il mio bagaglio.
1 - Perché cambiare: Quando decidi di abbandonare il luogo dove sei cresciuto, perché lo fai? Sei un imprenditore e scappi dalla eccessiva tassazione italiana? Vuoi migliorare la tua qualità di vita? Vuoi fare fortuna economicamente? O invece sei in fuga da qualcosa? La motivazione per la quale si cambiano vita, lingua, paese, cultura, amicizie, ritmi, alimentazione, modo di pensare, dev'essere una motivazione forte e sensata, non un semplice e non meglio definito: "voglia di cambiamento", "mi ha lasciato la fidanzata"; vere corsie preferenziali per un mesto ritorno a casa di mammà con le orecchie basse.
2 - Cosa vado a fare? Una volta maturata la decisione di partire, serve un progetto. Cosa voglio fare o cosa mi piace fare? Le risposte sono vincolate al punto 1 e al punto 3, il dove. Voglio far soldi per mettere via un gruzzolo per la vecchiaia? Banalmente, il manovale in Svizzera permette tuttora di guadagnare quei 6/7 mila euro al mese che, gestiti oculatamente, possono portare al conseguimento dell'obiettivo, avendo inoltre il vantaggio di non investire denaro. Voglio avere un'attività commerciale che mi permetta di vivere dignitosamente lasciandomi tempo libero e permettendomi di vivere bene? Ci sono diversi luoghi dove questa possibilità è concreta. Io la metterei cosi: se vuoi far soldi, preparati a lavorare tantissimo. Se vuoi vivere bene, prendi quello che viene e goditela.
Siamo un popolo che ama esportare la ristorazione, settore comunque molto difficile. Può sempre essere una buona scelta, ma in questo caso è meglio fare un po' di esperienza a casa, che serve sempre.
Vuoi aprire un chiringuito su una spiaggia deserta? Stai a casa tua, capra!
3 - Dove andare? Importante quanto il punto 2 ed ad esso strettamente connesso. Cosa vado a fare e dove lo faccio? Va da sé che determinate attività di moda in tv, come lo street food o il noleggiatore di surf, vanno fatti in luoghi dove il tenore di vita è già alto. Andare in Africa ed aprire un baracchino che vende pane con la milza, non è necessariamente garanzia di successo. Farlo a New York potrebbe essere interessante. Ho degli amici attualmente in Costa Rica per dare un'occhiata. Ecco, la cosa migliore è questa: andare a provare un po' il posto prima di decidere di mollare tutto e trasferircisi. Perché secondo me:
4 - Il paradiso non esiste! O meglio, ogni luogo può diventarlo, ma non lo è a prescindere. Non esistono, per la mia esperienza, popoli dove tutti sono simpatici e ti accolgono bene, luoghi dove il clima è perfetto al 100%, realtà dove la criminalità è pari a zero, dove ti regalano i soldi per fare il dipendente, dove la polizia è gentile e ti risolve i problemi, dove non vieni trattato da straniero. Perché finché si è turisti, tappeto rosso... ma poi cambia! Quindi, banale a dirlo, ma la chiave per rendere perfetto ogni posto è dentro di noi, e passa attraverso l'educazione, la capacità di relazionarsi con gli altri, la disponibilità ad adattarsi. E si va in punta di piedi, perché i tempi dei colonizzatori sono finiti e non hanno lasciato bei ricordi.
5 - Hai soldi da investire? Se hai da parte i tuoi 100.000 eurini, faticosamente risparmiati con il lavoro da contabile supportato dall'eredità della zia Pinuccia, cautela! Il mondo è pieno di individui specializzati nel ciucciarteli in pochissimo tempo. E non è nemmeno difficile riconoscerli, sono uguali ovunque: gioviali, disponibili, parlano la tua lingua, conoscono tutti, hanno contatti. Considerate comunque che in qualsiasi paese con un tenore di vita povero, il bianco è visto come quello da spennare, se non addirittura da rapinare. Trovate una comunità italiana, parlate con le persone, fate le giuste proporzioni tra vero e falso, cercate di capire. E non sentitevi mai furbi, perché appena mettiamo il naso fuori di casa, siamo dei pollastri!
Per ora mi fermo, forse un giorno andrò avanti. Ora vado a rivestire i panni dello stereotipo italiano e a mettere Toto Cutugno alla radio del ristorante! Ad maiora.
Ps. Ieri è morto Umberto Eco, che aveva detto "I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli". Un'uscita che ha indignato un sacco di gente.
Ma tanta. A legioni. Stasera mi rileggerò Baudolino.
Ubicazione:
Tarrafal, Capo Verde
martedì 9 febbraio 2016
Cose di famiglia.
Ieri una mia amica mi ha detto: "Oggi vado ad un matrimonio".
Fingendo che la cosa mi interessasse, le ho chiesto "Chi si sposa?".
Mi ha risposto: "La sorella di mia sorella":
Una frase del genere, che può lasciar perplesso un sempliciotto come me, esprime appieno le differenze che intercorrono tra il concetto capoverdiano di famiglia e quello italiano, senza entrare nel merito del concetto di famiglia tradizionale tanto discusso in queste ultime settimane.
Significa semplicemente che ha una sorella con la quale ha in comune la mamma, che a sua volta ha in comune il padre con altre sorelle e fratelli, tra cui la novella sposa.
Qui è tutta una famiglia! La mia amica Vera, pochi giorni fa, mi ha presentato una sua sorellastra (che brutto termine!), che ha conosciuto da poco, poiché suo papà, mentre sua mamma era in attesa di lei, ha ben pensato di mettere nella stessa condizione un'altra donna.
Qui è una cosa all'ordine del giorno, nessuno si scandalizza.
Uomini con decine di figli da donne diverse; genitori che partono in cerca di fortuna verso altri paesi e che lasciano i propri bambini a nonni o zii; ménage in cui lo stesso uomo vive con 4 donne da cui ha avuto una dozzina di pargoli.
Nessuno ci fa caso, è tutto normale!
Tanto ci rimettono le donne, che con una incredibile frequenza (ma incredibile davvero!!!), vengono lasciate dai loro uomini quando sono incinte e che cresceranno le creature da sole, supportate dalle nonne (nelle stesse condizioni) e dal resto della numerosa, vociante, disordinata famiglia! In tutto questo, il futuro papà aggiunge vigliaccheria a vigliaccheria e non si degna minimamente di aiutare la madre del suo rampollo dal lato economico.
Mancano leggi, dicono. Ma manca anche un certo tipo di cultura.
Fa effetto pensare che qui i preservativi e la pillola anticoncezionale sono assolutamente gratuiti. Ma non per niente, la popolazione capoverdiana è tra le più giovani sul pianeta, col 75% degli abitanti al di sotto dei 25 anni.
In Italia, dove fare un figlio significa spesso mettersi un capestro al collo, nella civilissima Italia dicevo, le leggi sono talmente ben fatte che non figliamo più; siamo attualmente tra i 3 paesi più vecchi al mondo e, quando ci dicono che le prossime generazioni saranno meticce, ci inalberiamo davanti alla televisione e inneggiamo ad un razzismo che, grazie al cielo, non ci appartiene!
Qui sono giorni di Carnevale; questa ricorrenza viene festeggiata praticando lo sport più diffuso da queste parti: il coma etilico!
Sono tutti in giro, bevono, ridono, scherzano, amoreggiano, si appartano e via come sopra!
L'unico che si astiene sono io, incarcerato in questo ristorante che in confronto il Campo di Concentramento di Tarrafal gli spiccia casa. Però sto avendo anche le mie soddisfazioni. Il peso medio dell'abitante del luogo sta aumentando!
Dopo l'ultimo post, diverse persone, la maggior parte sconosciute, mi hanno scritto per chiedermi consiglio su come cambiare vita.
Sono un po' in difficoltà nel rispondere, per una serie di motivi legati alle variabili delle differenti situazioni. Al limite posso raccontare la mia esperienza, ma la realtà è che non esistono due casi uguali! Dedicherò il prossimo post a questo.
Ora vado in discoteca. Non sia mai detto che tra una decina di anni, il turista che venisse da queste parti non debba incontrare una dozzina di pargoli urlanti, bianchicci e con la pancetta.
Il cui padre però non sarà fugguto
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Ubicazione:
Tarrafal, Capo Verde
mercoledì 27 gennaio 2016
Dopo tutto questo silenzio.
Il silenzio forzato nel quale mi sono rifugiato fa seguito all'avviamento dell'attività che ho aperto qui a Tarrafal. Da bravo italiano, ho deciso di incarnare uno stereotipo tipico di noialtri all'estero e ho aperto un ristorante-bar. Adesso, se permettete, ho da fare: prendo il mio mandolino, il mio costume da Pulcinella, pettino col gel i miei folti capelli neri e inizio a cantare canzoni del folklore. Ovviamente gesticolando.
Di quello che è successo qui a Tarrafal in questi ultimi mesi, ce ne sarebbe da raccontare, e lo farò a rate nei prossimi post. Di sicuro, il fatto di lavorare 15 ore al giorno non mi ha mai aiutato a trovare l'ispirazione o la fantasia per scrivere le consuete cavolate. Mi è mancato questo momento, perché per me è anche una sorta di valvola di sfogo. Inoltre devo ammettere che per uno come me, che ha abilmente e accuratamente scansato il lavoro per decenni, si tratta di un trauma.
Il ristorante si chiama "Restaurante VistaMare", giusto per aggiungere fantasia alla fantasia. E, sempre seguendo questo tenore ricco di sorprese e di colpi di scena, fa cucina italiana con contaminazioni Creole. Non ci aveva ancora pensato nessuno, vero?
Ci troviamo di fronte al mare, la vista è bellissima, il cibo pure... insomma, se capitasse qualcuno da queste parti dicendo che ha letto del ristorante sul blog, gli offro un caffè, uno sconto sulla cena e qualche dritta per non comportarsi come i soliti pollastri in giro per il mondo: i peggior turisti fai-da-te d'Europa!
Perché dalla scorsa estate, per la prima volta a memoria degli autoctoni, il turismo italiano sta facendo dei numeri di un certo rilievo; ho personalmente conosciuto una sessantina di compatrioti. Molti di essi sono amanti di un turismo meno standardizzato rispetto a quello dei Resort, ma senza rinunciare alla sicurezza di una destinazione tranquilla come Capo Verde. Alcuni li ho trovati simpatici, esperti e aperti a nuovi stimoli. Altri, invece, incarnavano tutti i nostri vecchi cliché: primo tra tutti il parlare solo italiano per poi, quando l'interlocutore non capisce, ripetere la stessa frase a voce più alta e scandendo, come se anziché con uno straniero, si avesse a che fare con qualcuno duro d'orecchi! Sono gli stessi che poi, puntualmente, piuttosto che chiedere consiglio su dove mangiare o dormire, da bravi conoscitori del mondo, si sentono esploratori provetti e vanno a pranzo alla "Taverna dell'epatite" e pernottano nella "Locanda dell'arzillo scarafaggio".
Mi fermo qui. Avrò modo presto, spero, di continuare.
Intanto ho preso due cuccioli a casa, li ho chiamati Bowie e Mercury. Del resto lo spazio non manca, il cibo neppure... Sicché, benvenuti!
Al momento abbaiano col il vigore dello squittio di un topo. E sono molto più tonti della povera Pandora: probabilmente sono maschi!
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