Visualizzazione post con etichetta Tarrafal. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Tarrafal. Mostra tutti i post

mercoledì 10 maggio 2017

Visita a Provenzano

Tarrafal è un minuscolo paesino infilato proprio in fondo in fondo ad una piccola isola del già sperduto arcipelago di Capo Verde (slogan nazionale: Cabo Verde No Stress). Il nostro caro amico Andreas ha deciso però che Tarrafal è troppo mondana e caotica e che quindi aveva bisogno di un ritiro rigenerante nel mezzo del massiccio della Serra Malagueta, in fondo ad una delle tante valli che attraversano le montagne e che solo in alcuni periodi dell'anno sono attraversate da torrenti tumultuosi che si originano nella stagione delle piogge.
La località scelta è Lagoa, 20/25 case sparse, 10 abitanti. Per raggiungerla, da Tarrafal, 15 minuti di macchina e un'oretta di cammino. "Un'oretta"! Con questa espressione leggera, con questo vezzeggiativo, il buon Andreas ha buttato lì la sua trappola infernale; e sicuramente se la rideva sotto i baffi quando l'ingenuo topo Luigi c'è cascato con scarpe e tutto, proponendo a Francesco: "Andiamo a trovarlo un giorno?".
Mi si fosse seccata la lingua!


Andreas ci aspettava sul bordo della strada, vestito da suonatore di corno alpino; ci ha salutati e ci ha indicato vagamente la direzione da prendere, laggiù, tra le montagne.
Ora, benché io viva a Biella, non ho mai amato particolarmente la montagna. Lei lo sa, e ricambia abbondantemente. Infatti mentre Andreas scendeva con elvetica sicurezza e Francesco zompettava leggiadro da atleta qual è, io ho iniziato dopo pochi minuti a sbuffare come un'orca arenata sulla battigia. Perché, cari voi, la discesa non è affatto facile. Tra pietre, pietroni, terriccio friabile, roccia franabile perché frana non è che fria, mantenere l'equilibrio e l'integrità delle caviglie è un'impresa. Mentre scendevo, riflettevo su come la natura non faccia nulla a caso e abbia dotato tutti gli animali di montagna di quattro zampe, per questioni di equilibrio: per esempio i cervi, o i cinghiali o comunque gli altri ungulati.
Curioso come, più andavo avanti, più mi sentivo anch'io un po' ungulato dagli eventi.



Per non farmi mancare nulla, mi sono concesso anche una ricca derapata partita dai piedi e conclusasi sul culo. Nonostante il fiato corto per lo sforzo, credo di non essermi dimenticato nemmeno un Santo... al limite, avrei rimediato al ritorno.



In fondo alla "ribeira" (valle), il paradiso terrestre. Acqua sorgiva, banani, alberi di fico, di manghi, di papaia, canne da zucchero e molto altro. Ci siamo rinfrescati alla sorgente e abbiamo proseguito verso Lagoa dove ci attendevano tre turisti tedeschi accompagnati dal nostro amico Model, nonché la coppia dei padroni di casa, Bumba e Fatima. Sono costoro due sessantenni che ne dimostrano fisicamente non più di quaranta (...), gentili, sorridenti e con un approccio alla vita quotidiana di chi conosce il valore del tempo senza esserne schiavo.
Quello che mi ha colpito, entrando in casa loro, è stata l'incredibile esposizione di Santi e Madonne alla pareti, pareva quasi che li avessi convocati. Un fucile, appoggiato con disinvoltura in un angolo, mi ha dissuaso dall'approfondire l'argomento religioso.
Bumba e Fatima ci hanno accolti con una ricca colazione, e meno male! perché finalmente cominciavo a condividere il tratto caratteristico di un animale di montagna: la fame del lupo!
Cuscus con latte, banane appena colte, fragole idem, frittelle fatte in casa, caffè e te.
Wow. Semplicemente wow.



Un po' riappacificato con l'universo, ho seguito Andreas che ha mostrato a tutti noi il suo eremo: una ex stalla di pochi metri quadri, dotata di uno stanzino con un letto spartanissimo, acqua per lavarsi in un barile, due libri, due lampade, una candela. Fantastico.
Io e Francesco, italiani fino in fondo e orgogliosi di far conoscere anche all'estero le buone abitudini della nostra terra, abbiamo raccontato a tutti come in luoghi del genere da noi di solito si nascondano i latitanti. Da oggi per noi Andreas sarà "Binnu".



Scherzi a parte, ci sono tutti i fattori giusti per organizzare un turismo rurale rilassante e fuori dagli schemi, anzi, come si diceva ieri, fuori dal mondo. Se poi Bumba porterà avanti il progetto di costruire una piscina di acqua sorgiva, si parlerà davvero dell'Eden.
Abbiamo pranzato con un piatto tipico del posto, composto da polenta, carne e fagioli; ho trovato tutto incredibilmente buono, ma per onestà va detto che con la fame che avevo avrei mangiato pure le pietre.
Bumba intanto ci spiegava che il fucile gli serve per sparare alle scimmie che gli devastano i raccolti; ha anche aggiunto che volendo, la prossima volta ci fa trovare scimmia arrosto. Io sono un po' dubbioso, mi sembrerebbe quasi di mangiare un mio cugino. E non lo dico in quanto primate, ma proprio perché ho un cugino ventenne che somiglia ad un babbuino!

Dopo pranzo ci siamo congedati perché la semifinale di Champions incombeva.
La discesa è stata difficile; la salita molto più facile, ma molto più dura. In alcuni tratti sembrava veramente di risalire Monte Fato.
Ah, se la distruzione dell'Anello fosse dipesa da me e dalla mia propensione alle arrampicate, di sicuro avremmo Sauron Presidente del Consiglio e i Nazgul come Ministri. Agli Interni, sempre Alfano, credo.
Intanto oggi cammino come un ungulato.

venerdì 10 febbraio 2017

Dopolavoro auto-ferro-tranvieri: gita sociale.

Scrivo questo post dal Piemonte, dove sono rientrato da un paio di settimane per riposare un po' e per passare del tempo con la mia famiglia. La scelta dal punto di vista meteorologico non è inappuntabile visto che fa un freddo cane. Peccato che tutto il freddo che sto prendendo in questi giorni non vada a compensare le notti di luglio e agosto in cui non si dormiva per il troppo caldo. Siamo nati per essere insoddisfatti.

Nella mia ultima settimana a Tarrafal prima del mio rientro, ho avuto il piacere di ospitare il mio amico Max, che ho avuto modo di conoscere quando facevo stagioni. Io e Francesco abbiamo approfittato della sua presenza per mettere in esecuzione un'idea già pianificata mesi prima con Andreas.
Si trattava di andare ad esplorare una parte poco battuta dell'isola, quella che si trova al di là del Monte Graciosa, il rilievo che si vede sullo sfondo della baia di Tarrafal praticamente in ogni foto.
La zona, denominata con una fantasia degna di un ragioniere del catasto "Tras os montes" (dietro i monti - traduzione ostica), conduce ancora più a nord, alla propaggine estrema dell'isola e all'ultimo faro di Santiago. Il nostro obiettivo è stato quindi quello di arrivare al faro.


Si è trattato di una bellissima esperienza: una mezz'oretta di strada con il fuoristrada di Andreas seguito da una passeggiata di circa 40 minuti; il tutto immersi in una natura dove, sebbene i segni dell'uomo non mancassero, rappresentavano una trascurabile minoranza in un paesaggio fatto di piante, sterpaglie, locuste, vacche, rocce, vento e mare. Sorgendo il faro su una specie di promontorio, inoltre, per gran parte del percorso lo sguardo poteva spaziare a sinistra e a destra su scogliere battute dal mare con unico sottofondo il suono delle onde che si infrangevano sulle rocce. A sinistra, proprio dietro il monte, una spiaggetta grigia di ciottoli, a destra, scogliere a perdita d'occhio. Di fronte a noi, la strada per il faro.


Credo che capiti a molti di anelare un periodo di solitudine totale, lontani dal consorzio umano, isolati da tutto e da tutti e senza copertura del cellulare; periodo da trascorrere in un luogo remoto, dove ricaricare le batterie... per esempio un faro.
E nel tragitto, innamorandomi del paesaggio brullo e battuto dal vento e in cui non abbiamo incontrato anima viva, mi immaginavo di rinchiudermi per una settimana nel faro, con un libro, qualche provvista e il senso di libertà che una scelta del genere mi avrebbe regalato.
Però più ci avvicinavamo alla nostra meta, più un fastidiosissimo rumore di origine chiaramente umana andava a turbare i miei pensieri, distraendomi e costringendomi a ricercarne l'origine; finché non mi sono accorto che l'origine ero io, ovvero il mio fiatone perché avevo iniziato ormai da 10 minuti a sbuffare con un mantice. Per intenderci, parevo uno sherpa intento a trasportare il pranzo al sacco di Adinolfi fino all'ultimo campo base sull'Everest.
Arrivando al faro lo spettacolo era mozzafiato: un cubo bianco di muratura che si ergeva, essenziale e spogliato di tutto, anche della lampada, su un piccolo piano circondato dal mare. Solo vento, tanto vento a riempire i pensieri, profumo di salsedine misto a cacca di capra e desolazione. Romantica, avventurosa ed emozionante, ma pur sempre desolazione. Quel tipo di solitudine che richiama alla mente coloro che ami e che in quel momento vorresti vicini: per esempio, io ho pensato subito al mio divano.


Infatti è con un senso di appagamento misto a consolazione che ci siamo incamminati sulla strada di casa dove abbiamo festeggiato con una bella mangiata il nostro rientro nella civiltà, manco fossimo stati quattro hobbit di ritorno alla Contea dopo un viaggio a Mordor!

Se non vado errato, una decina di giorni fa Andreas ha passato una notte al faro; ma non quello della nostra escursione, bensì quello di Praia, trasformato in hotel e dotato di ogni comfort. Il furbo svizzerotto!

Il mio viaggio da Tarrafal a casa (da Santiago a Santhià), è durato circa 26 ore; manco l'Australia, a nuoto e col vento contrario. Certo, hanno influito vari fattori: aereo cancellato, scalo in Guinea Bissau, ritardo a Casablanca, bagaglio perso. In confronto quelli di Lost hanno avuto un volo tranquillo.
Ma il fatto è che ogni volta ce n'è una, ed è soprattutto per questo che il turismo sull'isola della capitale non è ancora strutturato per accogliere gli italiani.

Ora penserò a riposarmi e a rilassarmi. Perché come sanno tutti, l'Africa ti lascia sempre qualcosa dentro.
Vado a prendere l'antibiotico.

giovedì 12 gennaio 2017

Disco Inferno.

Da qualche giorno è venuto a trovarci il mio amico Giorgio. Il viaggio è cominciato con un ritardo di 6 (SEI) ore del suo volo con la semprepiùmaledetta TACV, per poi proseguire tra black out, nuvole e vento, cani che abbaiano la notte, cani da guardia sui tetti, corse pomeridiane (ti odio!) e seratone di follia tra soli uomini a base di tisane, film e valeriana che Dan Bilzerian scansati che sei un pivello.
Non essendo capace di starsene con le mani in mano e ritenendo che i miei cani avessero un afrore lievemente disturbante, ha dedicato loro un trattamento di bellezza che sono fuggiti come inseguiti dal demonio e da tre giorni non abbiamo più loro notizie.


Da oggi partono i festeggiamenti per il patrono Santo Amaro, ma i festeggiamenti veri!
Non è possibile descrivere ciò di cui sto parlando: la festa attira capoverdiani da tutte le isole, oltre ai vari emigranti che rientrano nell'arcipelago apposta per festeggiare l'evento.
Praticamente Tarrafal diventa, per 3/4 giorni, un luogo dove non c'è più distinzione tra giorno e notte: fiumane di persone in giro per le strade, cibo e bevande ovunque, ubriaconi socievoli e ubriaconi rissosi, gare sportive e attività organizzate dal Comune. E soprattutto musica:  musica dal vivo, musica da discoteca, musica dei concerti, musica dalle macchine, musica dalle case, musica dappertutto e cazzo lasciatemi dormire!
Come accade ovunque in queste occasioni, l'afflusso incontrollato di persone attira anche tanti delinquentucoli, quindi questo potrebbe essere l'ultimo post che scrivo con questo PC.

I capoverdiani sanno divertirsi, questo è fuori di dubbio. E il divertimento qui è sacrosanto, non c'è verso. Per intenderci, giorno 1 di gennaio, che è festivo, cadeva di domenica. Quindi, per recuperarlo, hanno trasformato in festivo anche giorno 2.
Uno dei luoghi di divertimento più classici per un popolo così giovane non poteva che essere la discoteca. Io e Francesco ci siamo sacrificati per poter essere testimoni oculari immolandoci al dovere di cronaca.
La cosa è meno facile di quanto sembri poiché le discoteche qui si riempiono verso le 3 del mattino, sicchè due ex giovani come noi non hanno saputo fare di meglio che andare a dormire e mettere la sveglia alle 2. Che vergogna.

L'unica discoteca attuamente attiva a tarrafal si chiama "Beach Club" ed apre in maniera casuale, con poco preavviso, ma che regala sempre emozioni.
La discoteca è piccola, spoglia e il DJ probabilmente ha l'artite alle mani.
Ma è il fattore umano che fa la differenza.
Bisogna innanzitutto dire che la musica da ballare qui a Capo Verde è molto diversa da quella occidentale, e fin qui nulla di male. Ma soffermiamoci un attimo sulla qualità di questa musica.
Mi sono già dilungato precedentemente su funanà e cochipò, però non mancano altri interessanti pezzi musicali che esprimano al meglio la spensieratezza di questo popolo. Fino a pochi mesi fa, per esempio, si sentiva in maniera assillante un brano il cui ritornello ripeteva "mama gelado". Pensavo che alludesse a qualcuna che mangiasse un gelato e ai conseguenti doppi sensi, invece ero fin troppo ottimista. "Mama gelado" significa "tette cascanti", e poiché il titolo della canzone è "Bedja tem calma" (Vecchia stai calma), le immagini evocate sono davvero raccapriccianti. La canzone era così famosa che è stata adottata come colonna sonora della campagna elettorale di una candidata premier. Increddibilmente, non ha vinto!
Adesso vanno per la maggiore "Txoma Minis" che parla di "Karaka" (pic-nic con gli amici in riva al mare) soffermandosi sul fatto che il frigo sia pieno e che è già tutto pagato. Anche un'altra canzone molto amata parla di cachupa e di mangiare con gli amici. Ma si vede che qui il cibo lo mettono solo nelle canzoni, perché i fisici non rispecchiano affatto questa sorta di appetito atavico.
Il ballo che ci incanta di più si chiama "Senta no pula pula". Il ritornello dice "Senta na pula pula", e invita la ragazza ad accoccolarsi sull'uomo nell'atto sessuale. Le ragazze ballano a forza di squat e dimenano il bacino in maniera ipnotica; sembra quasi una gara a chi è più portata. L'apprezzamento maschile è dimostrato dal fatto che il DJ metta questa canzone 4-5 volte durante ogni serata. Per amor di cronaca avrei potuto postare un video, ma non amo la mercificazione del corpo femminile. Inoltre c'era poca luce e quindi non si vede nulla. Mannaggia.


A Praia i locali sono di un altro livello, com'è normale che sia. Del resto le discoteche di Biella sono ben diverse da quelle di Milano.
Ho già parlato della nostra notte al XPTO, disco pub dove delle veneri mulatte di 1 metro e 85 facevano girare la testa a questi due poveri italiani lontanissimi dagli standard per giocare in NBA.
Un paio di settimane fa siamo andati in una discoteca che si chiama Cockpit insieme al nostro amico Adreas e a Simon, italiano giramondo attualmente di stanza a Tarrafal, e ci siamo divertiti parecchio.
Ci avevano messo in guardia sulle ragazze: "guardate che i bianchi vengono presi d'assedio perché le ragazze adorano gli europei, per la loro bellezza e la loro ricchezza".
Si vede che io quella sera non trasudavo né bellezza né ricchezza perché sono rimasto solo come un cane.
Abbiamo preso un tavolino con bottiglia, perché volevamo stare più a nostro agio, dopodiché abbiamo visto un nostro conoscente al quale ho fatto l'errore di domandare "ma qui un po' di compagnia femminile?". Dopo 2 minuti eravamo circondati da uno stuolo di troione ubriache che l'Ippopotamo, il night di fantozziana memoria, in confronto era una casa di Orsoline.
Abbiamo ballato, ci siamo divertiti, abbiamo finito la nostra bottiglia di Havana Club.
A fine serata una ragazza all'apparenza un po' timida è addirittura venuta a presentarsi sussurrandomi il suo nome all'orecchio. Per inciso, parecchio strano come nome: non ho mai conosciuto nessuna che si chiamasse "cincomil escudos".

Tra poche settimane tronerò in Italia. Grazie ai miei fratelli avrò l'accoglienza che più amo: una bottiglia di Bolgheri e una di Amarone. E una flebo di fisiologica.

mercoledì 30 novembre 2016

Sono vivo e sono qui.

Due giorni fa la mia amica Valeria mi ha fatto notare, con una gentilezza comune solo a lei e al Grinch. Che da un po' di tempo non aggiorno il blog. È vero, lo ammetto.
La tecnologia purtroppo gioca contro e quindi, mentre voi vivete nel 2016, io sono ancora per molti versi negli anni 80/90 e sto scrivendo queste righe sul mio StarTAC.


Qui a Tarrafal tutto bene, è il periodo dell'invasione dei turisti bianchi, quelli che fuggono dal freddo rifugiandosi nelle calde ed accoglienti temperature capoverdiane.
E molti di questi sono personaggi ben strani.
Ovviamente il primo effetto di questa tendenza è un proliferare di coppie lei bianca-lui nero, anime gemelle che la sorte beffarda ha fatto nascere a migliaia di chilometri di distanza, ma che per una meravigliosa e perfetta sincronia astrale si ritrovano tra miliardi di altre anime per vivere una eterna storia d'amore di una settimana.
Dopodiché, quello che accade a lei non lo so. Il lui, generalmente, è così affranto dalla separazione da dover soffocare il dolore tra le braccia della successiva storia d'amore (eterna).

Il visitatore bianco ama la formula turista-fai-da-te. Quindi capita spesso di vedere coppie tedesche dal saldalo in cuoio sul calzino immacolato, e dalla pelle ancora più immacolata (il primo giorno; dal secondo fluo, dal terzo squamato), che si aggirano per il paese con l'occhio del mercante arabo vissuto 40 anni nel suq di Algeri, per poi comprare terribili pareo made in China che esibiscono la scritta “Viva Cabo Velde” e pagandoli decine euro, per ricevere il resto in banconote del Monopoli in versione Angolana.
Sul cibo poi, le stesse persone che a casa sono nazi-igienico-salutiste, qui si fanno abbindolare da alcuni rasta sulla spiaggia che non hanno conosciuto il sapone nemmeno sui libri, ma che propinano un'ottima “cucina naturale”, consistente in pesce cucinato direttamente in spiaggia, nella sabbia, su un fuoco di alghe secche, carapaci di scarafaggi e sterco di animali estinti con l'ultima glaciazione.
Però quando vengono a mangiare da noi, se il bicchiere è un po' alonato, se il pesce grigliato non sorride o se l'aragosta non gli fa il nuoto sincronizzato nell'acqua di cottura, allora no! Non va!

A casa bene. Il gatto fa cose da gatto. Tra l'altro abbiamo scoperto che è maschio, quindi sarà opportuno cambiargli nome perché Selma non è adatto. Vedremo se rimanere in area Simpson o cambiare. Vista la sua vergognosa propensione a mendicare il cibo, “Barbone” sarebbe indicatissimo.
I cani mi danno da pensare. Credo che conoscano i giorni della settimana.
La donna delle pulizie viene tutti i giorni dal lunedì al venerdì. E il cortile dove i cani passano la maggior parte del tempo resta lindo e pinto tutta la settimana. Ma appena se ne va la donna, verso le 13 del venerdì, taaaac, puntuali come un treno giapponese, scagazzano senza vergogna, e così dobbiamo tenerci il frutto del loro intestino per tutto il fine settimana o metterci di santa pazienza e far sparire il misfatto.

Passerò qui il Natale. Il clima è buono e non mi dispiace particolarmente.
Ho solo qualche problema con gli indumenti. Vuoi perché si logorano, vuoi perché Odette si ostina a stenderle al sole diretto, vuoi per i buchi fatti da alcuni insetti che hanno il coraggio di nutrirsi di tessuto intriso del mio sudore, il numero delle mie magliette è di molto calato.
Ma ho due polo tarocche comprate in Tunisia che non demordono. Grazie al loro equilibrato filato composto al 50% di acrilico, al 40% di eternit e al 10% di maledizioni in sumero, tengono botta e sono uguali al giorno che le ho comprate.
Però sono così sintetiche che se soffia un po' di vento si elettrizzano al punto che sparo fulmini che Thor in confronto è un liceale che fa gli esperimenti di Galvani con le rane.

Ora devo andare che c'è la notte tipica e ci sono le ballerine. La settimana scorsa una si è offesa perché le infilato una banconota nel gonnellino.

Ah, questi muri interculturali non cadranno mai abbastanza presto!

lunedì 5 settembre 2016

Cronaca di sexta feira.

Ieri sera, sul divano, mi sono chiesto: chissà che cosa si prova a non avere la pelle appiccicosa? Sono giorni ormai che sono perennemente sudato e mi manca la sensazione di asciutto, mi manca quasi il freddo!
Poi ho staccato faticosamente il mio corpo dal divano cinese in finta pelle-linoleum-amianto e sono andato a dormire.

Venerdì io e Francesco abbiamo passato la giornata (nonché la notte seguente) a Praia.
Il motivo che ci ha portati per l'ennesima volta nella capitale è sempre lo stesso; avendo un'attività commerciale, non possiamo restare nel paese con un visto turistico ma dobbiamo ottenerne uno specifico, il "Visto di Residenza".
Semplice? Semplicissimo. Grazie, la sua soddisfazione è il nostro miglior premio!
All'uopo ci è stata consegnata una lista di documenti da produrre che quando a Ercole comunicarono le 12 fatiche, di certo l'ha presa meglio!


Da allora è iniziato un andirivieni Tarrafal-Praia che ci vedeva ogni volta tornare sconfitti: e una volta un documento era incompleto, e una volta il software non andava, e una volta il timbro era blu e lo volevano nero, e una volta il foglio di carta era troppo foglio e via di questo passo.
Da Tarrafal a Praia la strada in realtà non è granché lunga, trattandosi di 70 km. Ma sono 70 km di salite, discese e soprattutto curve, ognuna delle quali é stata da noi intitolata ad un Santo differente.
Il problema di venerdì qual era? Il casellario giudiziario.
In pratica il tribunale del luogo di residenza in Italia ha la bontà di dichiarare per iscritto, su un elegante foglio A4 arricchito da circa 25 € di marche da bollo, che non esistono pendenze a tuo carico. Il tutto si traduce sostanzialmente in una parola: "NULLA". Il problema consisteva nel fatto che "NULLA" fosse scritto in Italiano, mentre loro lo pretendevano tradotto in portoghese, da parte di un traduttore certificato e in più timbrato sul retro dal consolato IN ITALIA. Già che c'erano potevano chiedere un sigillo in ceralacca fatto di merda di unicorno. Ma chi traduce? Nessuno ne sa nulla e la gentilissima (per davvero) signora dell'Ufficio Visti che se ne stava occupando ha fatto almeno 5 chiamate prima che qualcuno le dicesse che forse la cugina del cognato del vicino di casa era una traduttrice. La traduttrice è arrivata e, benché il Consolato Italiano a Capo Verde non sia rappresentato, dopo 2 ore avevamo la traduzione e il timbro.
Ovviamente pagando. Credo che si chiami Consolato perché proprio di quello avremmo bisogno: di consolazione!

In seguito siamo andati a sistemarci in hotel. L'unico parametro di scelta che ci siamo imposti è stato la presenza di aria condizionata visto che la notte nella nostra casa non si riesce a dormire per il calore. Probabilmente è collegata per vie arcane con il cratere dell'Etna.
L'hotel non era nemmeno brutto; ma probabilmente lo era la casa a fianco, visto che il proprietario ha deciso di ristrutturarla affidando il lavoro ad un instancabile operaio armato esclusivamente di martello. Questo indefesso paladino dell'arte edilizia non ha smesso di battere finché sono rimasto in camera, dandomi appuntamento per la ripresa dei lavori al mattino successivo, sabato, puntuale alle 8.
L'unico lavoratore puntuale e ligio al dovere dell'arcipelago l'ho beccato io! E martellava così da vicino che sembrava di averlo in camera... ho fatto male a non controllare che ci fosse tutto nel frigobar.

La sera dopo cena dovevamo aspettare che il nostro amico George chiudesse la sua enoteca per portarci in giro per locali. George è un simpatico portoghese che ha assunto per noi il ruolo di novello Virgilio nell'Inferno di Praia. A due passi dal suo negozio c'è un locale dove si fuma il narghilè e dove io e Francesco ci siamo recati per ingannare l'attesa. Il luogo non era granché, anzi! Sembrava una sala di attesa di autobus ormai dismessa da anni, e la nebbia all'interno avrebbe fatto tossire anche il Brucaliffo!
Ma alla fine con un gin tonic in una mano e un narghilè nell'altra, la situazione era sopportabile. Nel locale c'erano anche tante ragazze che cercavano di attirare le attenzioni dei maschietti soffiandosi il fumo di bocca in bocca e assumendo pose sensuali e provocanti. Io e Francesco eravamo troppo immersi in una discussione sull'interpretazione di alcuni aspetti della filosofia di Kant su cui eravamo in disaccordo, per farci caso.
Dopo due ore nel locale, verso mezzanotte, siamo usciti all'aperto nella piazza del Palmarejo, quartiere commerciale e residenziale che a quell'ora pullulava di vita. Abbiamo quindi purtroppo assistito ad uno scippo nei confronti di una ragazza, fenomeno molto frequente in questa città. Questa volta però il delinquente non ha avuto fortuna. In un bar di fronte erano seduti tre poliziotti in borghese che sono partiti all'inseguimento e l'hanno acciuffato in due minuti. Dopo pochissimo sono arrivate due macchine della polizia, ma in tempi veramente rapidi. Una delle due apparteneva alla polizia che si occupa di lotta alle bande criminali, e quindi, per evitare rappresaglie, operano indossando il passamontagna.
Ora, io ormai ho smesso di stupirmi della prestanza fisica degli uomini del posto. Ma questi due, lo giuro, erano due giganti di ebano con i bicipiti delle dimensioni delle mie cosce. Inumani.
Quel povero cretino del ladruncolo non ha nemmeno abbozzato una qualsivoglia resistenza: ammanettato e condotto via nel bagagliaio dell'auto. In seguito, la ragazza scippata ci ha scritto dal posto di polizia per dire che avevano recuperato la borsa e al momento stavano interrogando il giovanotto usando molta comunicazione non verbale.
Cose che capitano.


Una volta raggiunti da George siamo andati in un bellissimo locale pieno di bella gente, cocktail fantastici e musica revival e ci siamo rimasti fino alle 4. Il nostro rientro in hotel è stato battezzato da uno scroscio di pioggia tropicale giusto per aggiungere un po' di malessere al risveglio, come se alcol, poco sonno e martellate non bastassero.
Fortunatamente, la colazione valeva la pena!


lunedì 8 agosto 2016

Momenti di varia umanità.

Se la mia fidanzata avesse la stessa regolarità di questo blog, passerei dei lunghi periodi di angoscia. Ma così non è, quindi vivo questo impegno che ho preso con me stesso con la spensieratezza che metto in tutte le cose della vita. O quasi.
Volevo riprendere, dopo pochi giorni dal post precedente, l'argomento viaggi; ma la stagione estiva sta portando tanto lavoro, tanti impegni e poco tempo per scrivere. Quindi salto a piè pari i discorsi in sospeso che vertevano su: voli in ritardo non specificato, gruppi whatsapp dal nome blasfemo, amici che si propongono di venirti a prendere in aeroporto e ci vengono in tram, passeggiate notturne per città deserte con topi di notevole stazza che cadono dai cornicioni e poi fanno gli indifferenti, addetti alle pulizie dei bagni dell'Aeroporto di Lisbona che ti minacciano brandendo uno scopettone. Non parlerò di nulla di tutto ciò.
Ma a rileggere le righe appena scritte, posso solo concludere che la mia vita è veramente difficile.


Qui è estate, fa caldissimo, talvolta piove e ci sono vita e fermento. Vita e fermento che, per esempio, si esprimono nel ragno che ha dato alla luce una nidiata di figliolanza aracnoide da qualche parte nell'impianto dell'aria della macchina cosicché oggi, accendendo il condizionatore, dai bocchettoni sono state sparate nuvole di ragnetti su tutto il mio corpo. Cose belle che danno un senso alla giornata.
La scorsa settimana sono stato a cena dai miei amici Sabina, svizzera parlante italiano, e Adi, chiamato "Model" per ragioni a me ignote, capoverdiano. Hanno una bellissima casa con un quintal (cortile interno) molto accogliente, arredato con divani, amache e sdraie. Invitati, oltre a me, il mio amico Andreas, svizzero, e Solange e Raissa, due sorelle della Guinea Bissau.
Cena, ovviamente, fonduta.
Ora, io qualche volta la fonduta l'ho mangiata in Piemonte. E devo dire che mi è piaciuta molto. Però era inverno, eravamo in montagna e la fonduta ci stava bene.
Qui invece si era a Capo Verde, in estate, con un caldo che Amon Amarth levati; inoltre Andreas, oltre ad aver messo nella fonduta una generosissima dose di "vino di mele", mi ha spiegato che in quel vino i veri uomini ci imbevono il pane prima di pucciarlo nel formaggio. E io che mi vanto di essere un vero uomo, perlomeno a tavola (anzi, forse ormai solo a tavola!), ho raccolto la sfida.
In conclusione, ho sudato come Adinolfi durante una maratona arcobaleno, ho iniziato a parlare correntemente le lingue di tutti i presenti, ho mangiato per asciugare (asciugare il formaggio fuso???) mezzo chilo di arachidi crude e, una volta finalmente a letto, mi è sembrato di stare su un Tagadà gestito da un rom sotto acidi. L'unica certezza è che le mie coronarie non hanno gradito.

Sabato scorso abbiamo vissuto, con Francesco e il nostro resident musicista Dany, un'avventura che di per sé è un perfetto spaccato della nostra vita qui a Tarrafal.
Avendo in programma appunto per sabato un cocktail party, siamo andati in settimana a prenotare il ghiaccio che avremmo poi ritirato poche ore prima dell'inizio della serata. Tutto a posto, tutto combinato, tutto ok.
Se non fosse che alle 19:30 il ghiaccio non c'era perché, come il tizio col quale ci eravamo accordati ha premurosamente voluto informarci, era già stato venduto. Con il solito savoir faire che mi distingue, gli ho domandato perché non avesse mantenuto il suo impegno con noi, al ché, imperturbabile, mi risponde che saremmo dovuti passare la mattina e avremmo trovato il ghiaccio. Pieno di amore per lui, per tutta la sua ascendenza compresa quella defunta, e per la sua progenie che immaginavo già in preda a malattie non letali ma sicuramente disturbanti, gli ho fatto notare che il ghiaccio dalla mattina alla sera si sarebbe probabilmente sciolto in virtù dei 35 gradi dell'estate capoverdiana. Dopodiché la conversazione stava abbandonando la comunicazione verbale per spingersi verso quella gestuale, quindi siamo andati via accompagnati dalla schiera di Santi che avevamo invocato quali testimoni imparziali.
Dove trovare quindi 40 kg di ghiaccio, in Africa e alle 8 di un sabato sera?
Abbiamo iniziato un pellegrinaggio da uno, che ci mandava da un altro, che cercava di rimandarci dal primo per poi convogliarci verso un terzo, che non ne aveva ma aveva sentito dire che forse un cugino di un suo amico aveva una conoscente che vendeva il ghiaccio che al mercato mio padre comprò.
E siamo infine giunti a casa di Dona Joana che ci ha condotti, scortati da una torma di bimbi chioccianti, su un terrazzo, passando per rampe di scale buie e pericolanti. Giunti in cima, scartando un paio di adolescenti che si stava facendo la doccia vestiti attingendo l'acqua a secchiate da una cisterna, siamo arrivati in uno stanzino che mandava un appetitoso profumo di formaggio di fossa (solo dopo abbiamo scoperto che erano stipati lì secchi e secchi di cibo per maiali... sicuramente tutta roba di qualità!).
Joana svuota un freezer a pozzetto scagliando letteralmente fuori decine di pesci congelati del peso di almeno 5 chili e alla fine, sotto sotto, trova il ghiaccio, prodotto congelando bottiglie e bottiglioni di acqua. Nemmeno se avessimo trovato il Graal sarei stato così felice. Anche perché, probabilmente, sarebbe stata una ricerca più facile!

Dei partecipanti alla festa di sabato, nessuno è venuto a lamentarsi per eventuali dolori di pancia. Anzi, a ben pensarci, non abbiamo più visto nessuno.
Alla prossima.

giovedì 23 giugno 2016

La relatività del tempo.

Sabato scorso è giunto qui a Tarrafal il mio amico Massimo Monopoli, tecnico di calcio e futsal, per tenere un corso di formazione rivolto agli allenatori o aspiranti tali della zona. L'evento ha riscosso un discreto successo, tant'è che ci sono diversi tecnici che si sobbarcano mezz'ora di viaggio, andata e ritorno, due volte al giorno, per seguire le lezioni.
Oltre ad essere un tecnico ed un tattico molto preparato, Max è anche una persona estremamente simpatica e sta rallegrando con la sua frizzantezza le giornate mie e di Francesco. Non che possiamo definirci tristi, tra mare, sole, palme, cocktails, pesce fresco...


Quando lavoravo nei villaggi come schiavo, assunto con contratto Co.Co.Co-Gurugurugu-Qua-Qua secondo il decreto legge PippoFranco1998; quando lavoravo nei villaggi, dicevo, un mio ex responsabile, Fabio Gerbi detto "Lopez" (mai saputo perché!!!), disse queste parole che ancora ricordo: "Il ritardo di un'ora lo posso tollerare, perché succede a tutti di rimanere addormentati, ma capita una volta sola. Il ritardo di 5 minuti sistematico non lo tollero, perché è mancanza di rispetto e significa fregarsene!".
Chissà cosa direbbe a proposito del ritardo sistematico di un'ora...
Mi sono già espresso in maniera veloce sulla scarsa puntualità del popolo crioulo, ma devo dire che ancora dopo un anno mi trovo a sorprendermi dell'assoluta costanza, impegno e abnegazione che profondono nell'arrivare in ritardo. Ne ho parlato più volte col mio amico Andreas, ma lui non può fare testo. Lui è svizzero-tedesco quindi, nel mio immaginario, una figura mitologica che incrocia un uomo con un orologio nucleare e con un reattore del CERN. Lui mi ha insegnato un modo di dire della sua terra: "Puntuale è già ritardo" (cioè se hai una riunione alle 8 e arrivi alle 8, la riunione inizia in ritardo). Nessuno si stupisce se questa frase è intraducibile nella lingua di Capo Verde.
Farò degli esempi random per capire di cosa si sta parlando.

A gennaio vengo contattato da un deputato locale che, per conto della segreteria del primo ministro riserva un aperitivo per una trentina di persone in occasione della visita del capo del governo portoghese (credevo che fosse Mourinho, ma mi sbagliavo).
Praticamente sarebbero dovuti passare in Municipio per poi arrivare qui verso le 13, bere un veloce cocktail, mangiare qualcosa dal buffet di stuzzichini e andare via rapidamente per pranzare in un'altra località.
Alle 9:30 iniziamo a preparare il buffet. Alle 10:30 arriva la polizia e prende posizione in luoghi strategici all'esterno del ristorante. Alle 11:30 arrivano due poliziotti in borghese che fanno un sopralluogo all'interno, controllano i locali, i bagni e dicono che è tutto a posto. A mezzogiorno entra un poliziotto e dice che i ministri sono arrivati a Tarrafal. Tre quarti d'ora dopo, entra a dire di tenerci pronti che stanno arrivando (si sentono applausi, clacson, rumori di insensato entusiasmo in lontananza). Alle 14 ci accorgiamo che i poliziotti se ne sono andati. Dalle 14:30 alle 15:00 il deputato si nega al telefono.
A giugno non si sono ancora visti né loro né, tanto meno, i soldi che ci devono.

Secondo esempio: al ristorante stiamo cercando di selezionare una band per fare una ulteriore serata di musica dal vivo ed abbiamo identificato in un gruppo di giovani, la cui musica è dinamica e allegra, una possibile scelta.
Io e Francesco parliamo col loro cantante e combiniamo un appuntamento per una data a SUA discrezione; il fenomeno non si presenta. Lo rivediamo, gli spieghiamo quanto sia importante per noi rispettare gli impegni ("se facciamo pubblicitàm i clienti si aspettano la musica e voi non arrivate, facciamo brutta figura"). Lui si scusa, ci da un altro appuntamento al quale, per coerenza, non si presenta. Mi telefona dopo due giorni e, senza parlare minimamente del bidone tirato, mi chiede di patrocinare una sua attività. Dice che sarebbe passato il giorno dopo ma, ligio ai suoi principi, non si fa vivo. Si presenta però al ristorante direttamente sabato sera alle 21, ovviamente il momento migliore per ottenere l'attenzione di due ristoratori. Lo rimandiamo dicendogli di farsi vivo il lunedì. Chi l'ha visto? Proviamo allora a trattare con l'altro cantante che esordisce dicendo: "non dovete parlare con l'altro, è inaffidabile", continua dandoci appuntamento e conclude non presentandosi.
Decidiamo di delegare completamente a Dany, il nostro consulente artistico, la gestione della cosa. Lui parla chiaramente con i ragazzi (e senza barriere linguistiche) e ieri finalmente avevamo in programma per la prima volta una serata di musica dal vivo con questi ragazzi a partire dalle 20.
Il primo si presenta alle 20:20, il secondo alle 20:35, il terzo alle 20:45 e noi, mettendo tutti d'accordo, li mandiamo via alle 20:50.

Non vado avanti, per non innervosirmi. Va da se che non UNA delle lezioni di Massimo è potuta iniziare puntuale. Anche perché la "cultura della cortesia" di questo popolo impedisce loro di dire di no. Ieri per esempio, avevano già deciso di saltare la sessione del pomeriggio per guardare la partita del Portogallo agli Europei di calcio, ma senza dirglielo! Semplicemente, avrebbero lasciato Max sul campo ad aspettarli sotto il sole rovente.

A proposito di gestione morbida del tempo. Mi ritrovo in mano un biglietto della Tap, uno de Easyjet e uno di Trenitalia. Una combinazione che sta al ritardo come la scala reale sta al poker.
Imbattibile.

giovedì 12 maggio 2016

La domenica sporchina.

Le giornate qui a Tarrafal si susseguono a ritmo lento e sonnacchioso. Ma l'estate incalza, il clima è ideale, i tramonti tolgono il fiato e le notti stellate... Mamma mia cosa sono le notti stellate qui. Senza inquinamento luminoso, senza condomini, senza smog, ogni notte si vedono tutte le stelle... io non le ho contate, ma credo siano davvero tutte!


Il nostro ristorante è, da qualche mese, lo sponsor di una squadra di Tarrafal,  la G. D. Varandinha, che partecipa al campionato regionale di Santiago Nort. Praticamente il presidente e fondatore, un ragazzo di nome David, simpatico e competente (è avvocato dello sport in Portogallo), ci ha chiesto se eravamo disposti a provvedere al pasto dei giocatori prima degli incontri.
Vista la mia verde età, sono ancora freschi i ricordi della mia promettente carriera calcistica. Per chi non lo sapesse, tra le risaie ero considerato (da me stesso) l'erede di Branco. Ovviamente questo BRANCO, non questo BRANCO.
Insomma, l'idea non ci dispiaceva, ma nemmeno ci esaltava. Alla fine, comunque, abbiamo accettato; il risultato è stato che io e Francesco siamo diventati i due più accaniti tifosi di una squadra davvero molto seguita ed amata.
Come dicevo, la Varandinha partecipa al campionato regionale; le vincenti di tutti i campionati regionali si incontreranno in una fase a gironi che porterà alla finale e a proclamare i campioni nazionali.
Quando abbiamo iniziato la nostra partnership, Varandinha era seconda dietro a una squadra che si chiama "Scorpioni Rossi"; dopo una serie di rocambolesche partite, ci trovavamo a due giornate dalla fine avanti di 4 punti sugli Scorpioni ai quali pero', avendo vinto entrambi gli scontri diretti, sarebbe stato sufficiente arrivare a pari punti per aggiudicarsi il titolo.
Significava che ci serviva almeno una vittoria su due partite.
La prima, in trasferta a Calheta, l'abbiamo buttata al vento: in vantaggio di due gol, ci siamo fatti raggiungere ed è finita in parità. Gli Scorpions hanno vinto a tavolino perché l'altra squadra, benché fosse in lizza per un piazzamento play off, non si è presentata.
Affrontavamo quindi l'ultima partita in casa, con le tribune esaurite e con il tifo di tutta Tarrafal.
Io e Francesco siamo arrivati un po' in ritardo, per via del lavoro, e troviamo questa situazione: noi con un espulso dopo 10 minuti e con l'obbligo di vincere perché anche questa domenica gli avversari degli Scorpions non si sono presentati. Strano e a dir poco sospetto.
La partita è molto emozionante; i nostri giocatori sono una legione di nerboruti marcantoni in cui il più piccolo potrebbe fare il buttafuori; inoltre anche la tecnica individuale non è affatto male. Gli avversari formano una squadra di tutto rispetto, che se la gioca fino alla fine senza perder tempo e senza accontentarsi del pareggio.
Segniamo in maniera fortunosa a 10 minuti dalla fine e, dopo una traversa degli avversari e qualche altra sofferenza, l'arbitro fischia la fine e in campo inizia la festa!
Festa che prosegue per tutta la notte con tutti i giocatori su un camion che girano per Tarrafal inneggiando a Varandinha, a VistaMare, a Francesco e a me. E quando ho sentito cantare "Luigi, Luigi, Luigi..." ammetto di essermi commosso, probabilmente perché nella vita non ho mai vinto nemmeno alla tombola con i parenti.

Ma lo scorpione, si sa, ha il veleno nella coda, e a seguito di un ricorso per una partita giocata mesi fa, sono stati attribuiti ai nostri avversari 3 punti d'ufficio; punti che li portano davanti a noi e che li rendono momentaneamente campioni.
David, che di cose di sport se ne intende, è certo della erroneità della decisione e si sta battendo per riportare le cose verso il giusto epilogo. Staremo a vedere. Mannaggia a loro.

Sto scrivendo con un computer nuovo, che purtroppo ha qualche problema: per esempio, è più inchiodato di Gasparri davanti alle tabelline. Inoltre è francese; ora ai francesi non bastava mangiare le rane, parlare con la erre moscia e ignorare l'esistenza del bidet. No!
Non paghi, dovevano anche avere le tastiere con le lettere messe ad minchiam!
Quindi la A e la Q invertite, la M che non sta dove deve, la O accentata che non esiste, i numeri che sono tutti sballati.

,q vqffqnculo vq1

sabato 16 aprile 2016

L'oppio dei populisti.

Le temperature in quel di Tarrafal stanno costantemente aumentando, i tramonti sono fantastici, il mare è sempre più caldo. E di conseguenza i vestiti della gioventù locale si fanno sempre più striminziti, mostrando muscoli che, ne sono certo, non fanno parte del mio patrimonio biologico. Insomma... ci prepariamo all'estate! Nel dubbio, le zanzare si sono già attrezzate.

In questo posto vorrei parlare un po' di religione. Mi riesce difficile, perché è un po' come se Galeazzi disquisisse di dieta o Sasha Grey dissertasse di castità. Ma l'aspetto religioso è fondamentale per la comprensione di qualsiasi popolo; cercherò quindi di affrontare l'argomento in maniera rispettosa e possibilmente obiettiva, per non turbare la sensibilità di nessuno.
Capo Verde è a schiacciante maggioranza cattolica. E quando dico schiacciante, vuol dire veramente la quasi totalità. Sorprendendo un po' tutti, Papa Francesco ha nominato Cardinale il capoverdiano Arlindo Gomes Furtado, che è diventato così il primo porporato dell'arcipelago.
Senza entrare nel merito della santità del religioso né in quella dell'investitura, le conseguenze sono state all'altezza della migliore campagna di marketing mai promossa! Entusiasmo incontenibile della popolazione, delle autorità, un cartellone gigante in piena capitale, nell'Achada Sant'Antonio, esposto per mesi a celebrare il nuovo Cardinale.
Del resto i capoverdiani hanno ereditato molto il gusto per il pomposo e del celebrativo dei portoghesi.
Qualche mese fa, non ricordo se a dicembre o a gennaio, ha ricevuto l'investitura il nuovo parroco di Tarrafal. Considerando le dimensioni del paese, la cerimonia nelle mie aspettative sarebbe dovuta essere all'incirca paragonabile a quella per un nuovo parroco di una cittadina come Santhià: sobria, rapida, essenziale.
Macché: migliaia e migliaia di persone a seguire la messa, che l'Angelus gli spiccia casa, decorazioni appese per le strade, poliziotti a convogliare il traffico, cibo gratis per tutti. Insomma, una grandissima festa di tutta la comunità. Pare che il nuovo parroco sia giovane, capace, simpatico e pieno di energia; unico neo: non ha presenziato al mio finto matrimonio di novembre.


La Santa Messa, del resto, qui è molto seguita; sabato sera e domenica mattina migliaia di fedeli affollano la "chiesa temporanea", vestiti con gli abiti migliori, tutti lindi e pinti.
Dico "temporanea", perché viene attualmente celebrata in uno spiazzo adibito allo scopo, poiché la Chiesa di Sant'Amaro. il patrono di Tarrafal, è al momento in ristrutturazione. Qui mancheranno i soldi per fare tante cose, ma per le costruzioni religiose si trovano: la strada per Santiago, per esempio, mostra, tra tante fatiscenti case grigie, spoglie e non terminate, delle bellissime, pulite e splendenti chiesette, come gioielli incastonati nel fango.
La religione cattolica è molto sentita anche nel quotidiano; nell'abbigliamento (croci, rosari, santini), nella conversazione (frasi come "se Dio vorrà", "se Dio aiuterà"), nei nomi attribuiti alle macchine e alle barche ("Gesù è mio fratello", "il buon pastore", "nelle mani di Dio"... quest'ultimo l'ho sempre trovato inquietante come nome di un'imbarcazione!).
Ma anche una popolazione così devota deve fare i conti con i tanti contrasti del cattolicesimo. E spiegarsi, qui più che altrove, come conciliare la propria fede con i tanti figli senza padre, nati molto al di fuori del matrimonio, che sono la colonna vertebrale della gioventù di Capo Verde. Così, per fare un esempio.

Immancabili, instancabili, inarrestabili, sono qui ben rappresentati i Testimoni di Geova. ne ho conosciuti anche di Italiani, giunti a Capo Verde per fare probabilmente uno scambio di esperienze, e li ho anche trovati molto simpatici. Quelli che invece mi hanno bussato a casa svegliandomi, nel mio primo giorno di riposo, quelli no, quelli non mi sono stati simpatici affatto. E gliel'ho spiegato.

Molto presenti anche gli adepti della Chiesa dei Santi dell'Ultimo Giorno, meglio conosciuti come Mormoni. "Ultimo giorno" che va interpretato un po' alla Giorgio Mastrota perché, alla faccia delle scadenze, questi continuano ad arrivare. Camicia bianca, pantaloni neri, badge, espressione di chi sta prendendo la vita sul serio. Ma terribilmente fuori posto nel camminare con le scarpe lucide per le strade sterrate di Tarrafal. Anche se, su questa mia ultima frase, si potrebbero scrivere enciclopedie di filologia evangelica.

Concludo con i musulmani. Qui sono veramente pochissimi, quasi sempre stranieri immigrati per motivi di lavoro. E per motivi di lavoro li ho conosciuti e frequentati: per esempio Moussa, il fabbro che da 3 mesi deve farmi una saldatura, o Alassam, il parrucchiere che mi ha fatto un buco in testa.
E io, che ecumenicamente considero tutte le religioni allo stesso livello, ho espresso loro il mio punto di vista senza alcun imbarazzo.
Perché sì, è vero: so bestemmiare anche in Arabo.

domenica 20 marzo 2016

Un giorno di dolore.

Tra poche ore prenderò il taxi per Praia dove, stanotte, mi imbarcherò alla volta di Milano via Lisbona. Viste le precarie condizioni economiche di TACV, unite alla loro scarsa cura del cliente, mi sono affidato completamente a TAP, regalandomi un viaggio notturno ed uno scalo portoghese con tanto di colazione a base di birra e crocchette di baccalà.
Incrociamo le dita.



Quattro giorni fa, Tarrafal è stata scenario di un terribile incidente stradale. La strada che la unisce alla capitale supera il massiccio della Serra Malagueta, attraversando un passo che si trova a circa 800 metri; da lì poi scende e in 12 km raggiunge il livello del mare. La discesa quindi è abbastanza ripida e costante e l'ultima pendenza, un rettilineo lungo circa tre km, conduce alle porte della popolatissima Chao Bom, la parte alta di Tarrafal.
Verso le 11 di mattina un camion proveniente da Praia e carico di cubi di porfido e di mattoni, ha perso, secondo le ricostruzioni, l'uso dei freni piombando in città con un devastante effetto boowling.
La strada qui non è appannaggio esclusivo dei mezzi di trasporto. Lungo di essa si svolge la vita quotidiana, la gente sosta a parlare, i venditori mandano avanti le loro attività e i bambini aspettano di andare a scuola.
A quell'ora, dunque, c'era veramente molta gente.
Il camion è precipitato su due mezzi: un minivan pieno di persone e un pick-up fermo sul bordo strada, compiendo una vera strage. Il minivan è stato scagliato all'altezza del primo piano di una casa, creando una voragine impressionante, come una gigantesca carie. Inoltre il camion ha seminato sugli astanti una letale pioggia di pietre e mattoni.
Sono morte 8 persone, tra cui 2 bambini; moltissimi i feriti, alcuni in pericolo di vita e diversi i mutilati.

Non mi dilungo oltre su questi fatti perché non ritengo sia il caso.
Ma voglio scrivere due righe su come la comunità locale vive la disgrazia e il lutto, un ulteriore aspetto che mi aiuta a comporre e comprendere il mosaico di una cultura così diversa dalla mia.
Il segnale della sciagura è sempre lo stesso: un anno fa per terribile ironia, nel giorno di festa dedicato all'infanzia e alla gioventù, giorno che tradizionalmente le scolaresche passano al mare, due alunni e un professore sono morti affogati. Anche in quel caso la tragedia è stata annunciata allo stesso modo: le donne in strada iniziano ad urlare e a lamentarsi, e vanno avanti per ore.
Questa è la caratteristica sicuramente più particolare e toccante; queste prefiche che girano per il paese portando il triste annuncio, consolandosi a vicenda, continuando addirittura le proprie mansioni ma senza smettere di portare il proprio cordoglio in ogni luogo.
Dopodiché la città migra. Inizia una processione con ogni mezzo, a piedi, con auto, con trasporti di fortuna, verso il luogo della sciagura. Alcuni più velocemente, altri più lenti, a seconda del grado di preoccupazione e di coinvolgimento, o semplicemente per curiosità, ci si sposta in blocco e ogni attività si ferma. Anche i ragazzi del mio ristorante hanno smesso di lavorare, alcuni piangendo, altri con la faccia scura; ho dovuto caricare in macchina uno di essi per andare a prendere informazione perché gli altri non si davano pace.
E questo un po' per il forte senso di comunità, ma anche perché qui tutti sono imparentati con tutti, tra zii, cugini, parenti vari.
Insomma, una tristezza infinita; ho anche avuto modo di vedere l'abnegazione nel portare soccorso da parte di medici, pompieri, poliziotti e civili, nonostante la pochezza dei mezzi. Scene toccanti delle quali preferisco non parlare, vista la generale leggerezza di questo blog.
In fondo, come dicono qui di fronte ad ogni ostacolo o difficoltà: "è vida!". Anche quando riguarda la morte. 

Oggi ci sono le elezioni politiche. La vittoria dell'uno o dell'altro partito avrà influenze dirette sulla mia vita e sulla mia attività. Ma devo ammettere che non sono preoccupato da questo quanto da un'altra cosa: venerdì (Venerdì Santo!!!) viaggerò con Trenitalia. E già sono certo che bestemmierò cosi tanto, da farGli passare la voglia di risorgere.

sabato 20 febbraio 2016

Voglia di fuga! (e che Dio la beneduca).

Mi capita spesso, ultimamente, che conoscenti o perfetti estranei mi chiedano consiglio su come mollare tutto e trasferirsi all'estero. Sono un po' sconcertato dalla cosa; non sono un buon dispensatore di buonsenso e a me "guru" l'hanno detto solo in coda alla parola "vaffan".
Inoltre mi colpisce che la maggioranza di queste persone abbia un'età compresa tra i 30 e i 40 anni, cioè il periodo della vita in cui normalmente si consolidano le proprie posizioni, economica e famigliare, non quello in cui si vivono esperienze. E senza volermi soffermare sul significato di questa tendenza, posso solo sottolineare che vi state rivolgendo ad uno che a 40 anni non ha ancora combinato granché. E che spera sempre che il meglio debba ancora arrivare.
Non posso quindi che parlare in virtù delle mie esperienze, che non sono legge, che non hanno valore di verità assoluta e che costituiscono semplicemente il mio bagaglio.



1 - Perché cambiare: Quando decidi di abbandonare il luogo dove sei cresciuto, perché lo fai? Sei un imprenditore e scappi dalla eccessiva tassazione italiana? Vuoi migliorare la tua qualità di vita? Vuoi fare fortuna economicamente? O invece sei in fuga da qualcosa? La motivazione per la quale si cambiano vita, lingua, paese, cultura, amicizie, ritmi, alimentazione, modo di pensare, dev'essere una motivazione forte e sensata, non un semplice e non meglio definito: "voglia di cambiamento", "mi ha lasciato la fidanzata"; vere corsie preferenziali per un mesto ritorno a casa di mammà con le orecchie basse.

2 - Cosa vado a fare? Una volta maturata la decisione di partire, serve un progetto. Cosa voglio fare o cosa mi piace fare? Le risposte sono vincolate al punto 1 e al punto 3, il dove. Voglio far soldi per mettere via un gruzzolo per la vecchiaia? Banalmente, il manovale in Svizzera permette tuttora di guadagnare quei 6/7 mila euro al mese che, gestiti oculatamente, possono portare al conseguimento dell'obiettivo, avendo inoltre il vantaggio di non investire denaro. Voglio avere un'attività commerciale che mi permetta di vivere dignitosamente lasciandomi tempo libero e permettendomi di vivere bene? Ci sono diversi luoghi dove questa possibilità è concreta. Io la metterei cosi: se vuoi far soldi, preparati a lavorare tantissimo. Se vuoi vivere bene, prendi quello che viene e goditela.
Siamo un popolo che ama esportare la ristorazione, settore comunque molto difficile. Può sempre essere una buona scelta, ma in questo caso è meglio fare un po' di esperienza a casa, che serve sempre.
Vuoi aprire un chiringuito su una spiaggia deserta? Stai a casa tua, capra!

3 - Dove andare? Importante quanto il punto 2 ed ad esso strettamente connesso. Cosa vado a fare e dove lo faccio? Va da sé che determinate attività di moda in tv, come lo street food o il noleggiatore di surf, vanno fatti in luoghi dove il tenore di vita è già alto. Andare in Africa ed aprire un baracchino che vende pane con la milza, non è necessariamente garanzia di successo. Farlo a New York potrebbe essere interessante. Ho degli amici attualmente in Costa Rica per dare un'occhiata. Ecco, la cosa migliore è questa: andare a provare un po' il posto prima di decidere di mollare tutto e trasferircisi. Perché secondo me:

4 - Il paradiso non esiste! O meglio, ogni luogo può diventarlo, ma non lo è a prescindere. Non esistono, per la mia esperienza, popoli dove tutti sono simpatici e ti accolgono bene, luoghi dove il clima è perfetto al 100%, realtà dove la criminalità è pari a zero, dove ti regalano i soldi per fare il dipendente, dove la polizia è gentile e ti risolve i problemi, dove non vieni trattato da straniero. Perché finché si è turisti, tappeto rosso... ma poi cambia! Quindi, banale a dirlo, ma la chiave per rendere perfetto ogni posto è dentro di noi, e passa attraverso l'educazione, la capacità di relazionarsi con gli altri, la disponibilità ad adattarsi. E si va in punta di piedi, perché i tempi dei colonizzatori sono finiti e non hanno lasciato bei ricordi.

5 - Hai soldi da investire? Se hai da parte i tuoi 100.000 eurini, faticosamente risparmiati con il lavoro da contabile supportato dall'eredità della zia Pinuccia, cautela! Il mondo è pieno di individui specializzati nel ciucciarteli in pochissimo tempo. E non è nemmeno difficile riconoscerli, sono uguali ovunque: gioviali, disponibili, parlano la tua lingua, conoscono tutti, hanno contatti. Considerate comunque che in qualsiasi paese con un tenore di vita povero, il bianco è visto come quello da spennare, se non addirittura da rapinare. Trovate una comunità italiana, parlate con le persone, fate le giuste proporzioni tra vero e falso, cercate di capire. E non sentitevi mai furbi, perché appena mettiamo il naso fuori di casa, siamo dei pollastri!

Per ora mi fermo, forse un giorno andrò avanti. Ora vado a rivestire i panni dello stereotipo italiano e a mettere Toto Cutugno alla radio del ristorante! Ad maiora.

Ps. Ieri è morto Umberto Eco, che aveva detto "I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli". Un'uscita che ha indignato un sacco di gente.
Ma tanta. A legioni. Stasera mi rileggerò Baudolino.

mercoledì 27 gennaio 2016

Dopo tutto questo silenzio.

Il silenzio forzato nel quale mi sono rifugiato fa seguito all'avviamento dell'attività che ho aperto qui a Tarrafal. Da bravo italiano, ho deciso di incarnare uno stereotipo tipico di noialtri all'estero e ho aperto un ristorante-bar. Adesso, se permettete, ho da fare: prendo il mio mandolino, il mio costume da Pulcinella, pettino col gel i miei folti capelli neri e inizio a cantare canzoni del folklore. Ovviamente gesticolando.


Di quello che è successo qui a Tarrafal in questi ultimi mesi, ce ne sarebbe da raccontare, e lo farò a rate nei prossimi post. Di sicuro, il fatto di lavorare 15 ore al giorno non mi ha mai aiutato a trovare l'ispirazione o la fantasia per scrivere le consuete cavolate. Mi è mancato questo momento, perché per me è anche una sorta di valvola di sfogo. Inoltre devo ammettere che per uno come me, che ha abilmente e accuratamente scansato il lavoro per decenni, si tratta di un trauma.
Il ristorante si chiama "Restaurante VistaMare", giusto per aggiungere fantasia alla fantasia. E, sempre seguendo questo tenore ricco di sorprese e di colpi di scena, fa cucina italiana con contaminazioni Creole. Non ci aveva ancora pensato nessuno, vero?
Ci troviamo di fronte al mare, la vista è bellissima, il cibo pure... insomma, se capitasse qualcuno da queste parti dicendo che ha letto del ristorante sul blog, gli offro un caffè, uno sconto sulla cena e qualche dritta per non comportarsi come i soliti pollastri in giro per il mondo: i peggior turisti fai-da-te d'Europa!


Perché dalla scorsa estate, per la prima volta a memoria degli autoctoni, il turismo italiano sta facendo dei numeri di un certo rilievo; ho personalmente conosciuto una sessantina di compatrioti. Molti di essi sono amanti di un turismo meno standardizzato rispetto a quello dei Resort, ma senza rinunciare alla sicurezza di una destinazione tranquilla come Capo Verde. Alcuni li ho trovati simpatici, esperti e aperti a nuovi stimoli. Altri, invece, incarnavano tutti i nostri vecchi cliché: primo tra tutti il parlare solo italiano per poi, quando l'interlocutore non capisce, ripetere la stessa frase a voce più alta e scandendo, come se anziché con uno straniero, si avesse a che fare con qualcuno duro d'orecchi! Sono gli stessi che poi, puntualmente, piuttosto che chiedere consiglio su dove mangiare o dormire, da bravi conoscitori del mondo, si sentono esploratori provetti e vanno a pranzo alla "Taverna dell'epatite" e pernottano nella "Locanda dell'arzillo scarafaggio".


Mi fermo qui. Avrò modo presto, spero, di continuare.
Intanto ho preso due cuccioli a casa, li ho chiamati Bowie e Mercury. Del resto lo spazio non manca, il cibo neppure... Sicché, benvenuti!
Al momento abbaiano col il vigore dello squittio di un topo. E sono molto più tonti della povera Pandora: probabilmente sono maschi!

sabato 17 ottobre 2015

La vita, l'amore, le vacche.

Tra gli amici che sono venuti a trovarmi la scorsa settimana, oltre a Ciccio e Nicky che sono anche miei ex-colleghi, c'era il padre di quest'ultima, Flavio, cuoco di esperienza internazionale. Qui ha dimostrato tutta la passione che mette nel suo lavoro, cucinando ogni sera cene pantagrueliche e diventando, in pochi giorni, il personaggio più conosciuto e amato a Tarrafal; in particolare da venditrici del mercato e pescatori. La popolazione locale di aragoste e di polpi, invece, ha salutato con un sospiro di sollievo la sua partenza; partenza che mi ha lasciato un frigo pieno di ottimi avanzi e un girovita appesantito di 3 kg.


Ieri ha piovuto nuovamente, dopo circa 3 settimane di sole; la stagione delle piogge è agli sgoccioli (letteralmente), ma qualche giornata così può ancora capitare. Trovo sempre bello e stupefacente lo spirito col quale i capoverdiani vivono la pioggia, in particolare dopo la paura, scampata, di un nuovo anno di siccità. Camminano sotto l'acqua scrosciante senza fare una piega; i maschietti, in particolare, restano a torso nudo e se la scialano, complici anche i 28 gradi dei giorni cosiddetti "brutti". Inoltre, considerando che molti sono privi di acqua corrente in casa, capita spesso di vedere bambini e adulti che si lavano in mezzo alla strada, sotto l'acqua battente piuttosto che sotto qualche grondaia. Io, arrivando da Biella, non avrei mai pensato che al mondo ci fosse qualcuno che potesse amare la pioggia; personalmente, in un classico pomeriggio di maltempo, nomino più Santi che Giovanni Paolo II in tutto il suo pontificato.


Tarrafal, specie nelle zone periferiche come quella in cui vivo, è completamente ricoperta di erba che, ormai, è diventata anche bella alta.
Per chi possiede mucche è abitudine legarle da qualche parte la notte, in modo che possano mangiare senza allontanarsi; solo che non legano le povere bestie nel cortile di casa propria, bensì in determinati posti che rispondano a questi requisiti: tanta erba e illuminazione pubblica (in modo che non gliele rubino).
E poiché nella mia zona la luce è presente solo fuori da casa mia, il risultato è che questi simpaticoni leghino le vacche sotto il mio balcone, andando a coniugare così il mio fragile amore per gli animali (incrinato dall'incredibile accanimento di mosche e zanzare contro la mia persona) con il mio assoluto odio per lo svegliarmi presto.
Infatti gli incolpevoli bovini, all'alba, iniziano a muggire senza soluzione di continuità, cancellando in me, in pochi minuti, tutto il sentimento maturato nei confronti della loro razza in lunghi anni di simpatia per Clarabella, per le mucche di Fruttolo e di Milka, e ovviamente per Alvaro di Fantazoo.
Inoltre non riesco mai a cogliere in flagrante i proprietari quando me le portano sotto casa, per invitarli, con la mia ben nota cortesia, a desistere dall'intento.
Ieri notte, esasperato e memore di un consiglio del sempre utile Andreas, ho deciso di andarle a slegare per portarle altrove.
Volevo essere un mix tra un ninja e James Bond. Sono risultato un incrocio tra Mr Bean e Fantozzi.
Un idiota: solo, in pantaloncini e maglietta tra l'erba alta e fradicia, assaltato da insetti di ogni tipo, affondando in buche piene d'acqua che non vedevo; la segretezza dell'operazione è stata subito compromessa da un branco di cani, ai quali normalmente allungo gli avanzi, che da perfetti Giuda si sono messi ad abbaiare non so se allegri o furiosi. Finalmente, sempre accompagnato dalla fanfara canina, sono giunto vicino alla vacca. Voi avete mai spostato una mucca? Io no: è enorme. Inoltre, vuoi perché avvicinata da un estraneo, vuoi per la cagnara che aveva attorno, non sembrava affatto di buon umore. Una breve riflessione mi ha portato a decidere che poverina, in fondo non mi da tutto questo fastidio, e che anche lei è figlia di Dio. E sono tornato a letto fradicio, pieno di mozzichi di insetti e accompagnato dai latrati di scherno dei cani. Cani che da oggi inizieranno lo sciopero della fame.

Lunedì arriveranno altri miei amici, quelli con i quali sono cresciuto. Sono molto emozionato, è un'occasione speciale. Ma avrò modo di parlarne in futuro.