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sabato 20 febbraio 2016

Voglia di fuga! (e che Dio la beneduca).

Mi capita spesso, ultimamente, che conoscenti o perfetti estranei mi chiedano consiglio su come mollare tutto e trasferirsi all'estero. Sono un po' sconcertato dalla cosa; non sono un buon dispensatore di buonsenso e a me "guru" l'hanno detto solo in coda alla parola "vaffan".
Inoltre mi colpisce che la maggioranza di queste persone abbia un'età compresa tra i 30 e i 40 anni, cioè il periodo della vita in cui normalmente si consolidano le proprie posizioni, economica e famigliare, non quello in cui si vivono esperienze. E senza volermi soffermare sul significato di questa tendenza, posso solo sottolineare che vi state rivolgendo ad uno che a 40 anni non ha ancora combinato granché. E che spera sempre che il meglio debba ancora arrivare.
Non posso quindi che parlare in virtù delle mie esperienze, che non sono legge, che non hanno valore di verità assoluta e che costituiscono semplicemente il mio bagaglio.



1 - Perché cambiare: Quando decidi di abbandonare il luogo dove sei cresciuto, perché lo fai? Sei un imprenditore e scappi dalla eccessiva tassazione italiana? Vuoi migliorare la tua qualità di vita? Vuoi fare fortuna economicamente? O invece sei in fuga da qualcosa? La motivazione per la quale si cambiano vita, lingua, paese, cultura, amicizie, ritmi, alimentazione, modo di pensare, dev'essere una motivazione forte e sensata, non un semplice e non meglio definito: "voglia di cambiamento", "mi ha lasciato la fidanzata"; vere corsie preferenziali per un mesto ritorno a casa di mammà con le orecchie basse.

2 - Cosa vado a fare? Una volta maturata la decisione di partire, serve un progetto. Cosa voglio fare o cosa mi piace fare? Le risposte sono vincolate al punto 1 e al punto 3, il dove. Voglio far soldi per mettere via un gruzzolo per la vecchiaia? Banalmente, il manovale in Svizzera permette tuttora di guadagnare quei 6/7 mila euro al mese che, gestiti oculatamente, possono portare al conseguimento dell'obiettivo, avendo inoltre il vantaggio di non investire denaro. Voglio avere un'attività commerciale che mi permetta di vivere dignitosamente lasciandomi tempo libero e permettendomi di vivere bene? Ci sono diversi luoghi dove questa possibilità è concreta. Io la metterei cosi: se vuoi far soldi, preparati a lavorare tantissimo. Se vuoi vivere bene, prendi quello che viene e goditela.
Siamo un popolo che ama esportare la ristorazione, settore comunque molto difficile. Può sempre essere una buona scelta, ma in questo caso è meglio fare un po' di esperienza a casa, che serve sempre.
Vuoi aprire un chiringuito su una spiaggia deserta? Stai a casa tua, capra!

3 - Dove andare? Importante quanto il punto 2 ed ad esso strettamente connesso. Cosa vado a fare e dove lo faccio? Va da sé che determinate attività di moda in tv, come lo street food o il noleggiatore di surf, vanno fatti in luoghi dove il tenore di vita è già alto. Andare in Africa ed aprire un baracchino che vende pane con la milza, non è necessariamente garanzia di successo. Farlo a New York potrebbe essere interessante. Ho degli amici attualmente in Costa Rica per dare un'occhiata. Ecco, la cosa migliore è questa: andare a provare un po' il posto prima di decidere di mollare tutto e trasferircisi. Perché secondo me:

4 - Il paradiso non esiste! O meglio, ogni luogo può diventarlo, ma non lo è a prescindere. Non esistono, per la mia esperienza, popoli dove tutti sono simpatici e ti accolgono bene, luoghi dove il clima è perfetto al 100%, realtà dove la criminalità è pari a zero, dove ti regalano i soldi per fare il dipendente, dove la polizia è gentile e ti risolve i problemi, dove non vieni trattato da straniero. Perché finché si è turisti, tappeto rosso... ma poi cambia! Quindi, banale a dirlo, ma la chiave per rendere perfetto ogni posto è dentro di noi, e passa attraverso l'educazione, la capacità di relazionarsi con gli altri, la disponibilità ad adattarsi. E si va in punta di piedi, perché i tempi dei colonizzatori sono finiti e non hanno lasciato bei ricordi.

5 - Hai soldi da investire? Se hai da parte i tuoi 100.000 eurini, faticosamente risparmiati con il lavoro da contabile supportato dall'eredità della zia Pinuccia, cautela! Il mondo è pieno di individui specializzati nel ciucciarteli in pochissimo tempo. E non è nemmeno difficile riconoscerli, sono uguali ovunque: gioviali, disponibili, parlano la tua lingua, conoscono tutti, hanno contatti. Considerate comunque che in qualsiasi paese con un tenore di vita povero, il bianco è visto come quello da spennare, se non addirittura da rapinare. Trovate una comunità italiana, parlate con le persone, fate le giuste proporzioni tra vero e falso, cercate di capire. E non sentitevi mai furbi, perché appena mettiamo il naso fuori di casa, siamo dei pollastri!

Per ora mi fermo, forse un giorno andrò avanti. Ora vado a rivestire i panni dello stereotipo italiano e a mettere Toto Cutugno alla radio del ristorante! Ad maiora.

Ps. Ieri è morto Umberto Eco, che aveva detto "I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli". Un'uscita che ha indignato un sacco di gente.
Ma tanta. A legioni. Stasera mi rileggerò Baudolino.

martedì 9 febbraio 2016

Cose di famiglia.

Ieri una mia amica mi ha detto: "Oggi vado ad un matrimonio".
Fingendo che la cosa mi interessasse, le ho chiesto "Chi si sposa?".
Mi ha risposto: "La sorella di mia sorella":
Una frase del genere, che può lasciar perplesso un sempliciotto come me, esprime appieno le differenze che intercorrono tra il concetto capoverdiano di famiglia e quello italiano, senza entrare nel merito del concetto di famiglia tradizionale tanto discusso in queste ultime settimane.
Significa semplicemente che ha una sorella con la quale ha in comune la mamma, che a sua volta ha in comune il padre con altre sorelle e fratelli, tra cui la novella sposa.
Qui è tutta una famiglia! La mia amica Vera, pochi giorni fa, mi ha presentato una sua sorellastra (che brutto termine!), che ha conosciuto da poco, poiché suo papà, mentre sua mamma era in attesa di lei, ha ben pensato di mettere nella stessa condizione un'altra donna.

Qui è una cosa all'ordine del giorno, nessuno si scandalizza.
Uomini con decine di figli da donne diverse; genitori che partono in cerca di fortuna verso altri paesi e che lasciano i propri bambini a nonni o zii; ménage in cui lo stesso uomo vive con 4 donne da cui ha avuto una dozzina di pargoli.
Nessuno ci fa caso, è tutto normale!
Tanto ci rimettono le donne, che con una incredibile frequenza (ma incredibile davvero!!!), vengono lasciate dai loro uomini quando sono incinte e che cresceranno le creature da sole, supportate dalle nonne (nelle stesse condizioni) e dal resto della numerosa, vociante, disordinata famiglia! In tutto questo, il futuro papà aggiunge vigliaccheria a vigliaccheria e non si degna minimamente di aiutare la madre del suo rampollo dal lato economico.
Mancano leggi, dicono. Ma manca anche un certo tipo di cultura.
Fa effetto pensare che qui i preservativi e la pillola anticoncezionale sono assolutamente gratuiti. Ma non per niente, la popolazione capoverdiana è tra le più giovani sul pianeta, col 75% degli abitanti al di sotto dei 25 anni.
In Italia, dove fare un figlio significa spesso mettersi un capestro al collo, nella civilissima Italia dicevo, le leggi sono talmente ben fatte che non figliamo più; siamo attualmente tra i 3 paesi più vecchi al mondo e, quando ci dicono che le prossime generazioni saranno meticce, ci inalberiamo davanti alla televisione e inneggiamo ad un razzismo che, grazie al cielo, non ci appartiene!

Qui sono giorni di Carnevale; questa ricorrenza viene festeggiata praticando lo sport più diffuso da queste parti: il coma etilico!
Sono tutti in giro, bevono, ridono, scherzano, amoreggiano, si appartano e via come sopra!
L'unico che si astiene sono io, incarcerato in questo ristorante che in confronto il Campo di Concentramento di Tarrafal gli spiccia casa. Però sto avendo anche le mie soddisfazioni. Il peso medio dell'abitante del luogo sta aumentando!


Dopo l'ultimo post, diverse persone, la maggior parte sconosciute, mi hanno scritto per chiedermi consiglio su come cambiare vita.
Sono un po' in difficoltà nel rispondere, per una serie di motivi legati alle variabili delle differenti situazioni. Al limite posso raccontare la mia esperienza, ma la realtà è che non esistono due casi uguali! Dedicherò il prossimo post a questo.

Ora vado in discoteca. Non sia mai detto che tra una decina di anni, il turista che venisse da queste parti non debba incontrare una dozzina di pargoli urlanti, bianchicci e con la pancetta.
Il cui padre però non sarà fugguto

venerdì 25 settembre 2015

Le 10 cose che ho imparato sulla pesca.

Tarrafal ha una importante tradizione di pesca e, più in generale, Capo Verde si sta affermando come meta di élite tra gli amanti di questo sport.
Quindi, da ingenuotto, mi sono detto: perché non provarci anche io? Detto fatto: canna nuova alla mano, ami, piombi e altre cose che mi hanno regalato ma che non ho ancora ben identificato, e mi sono lanciato verso questa nuova avventura!
Tra un'uscita in barca e diversi tentativi dagli scogli, questo è ciò che ho imparato finora sulla pesca:


1 - La pesca non è uno sport per autodidatti. A meno che non si studi tutto lo scibile in materia su internet come farebbe Sheldon Cooper, l'idea di andare belli freschi a pescare, senza qualcuno che ti insegni, non è praticabile. Puoi provarci, salvo poi trovarti avvolto nella lenza come il rollé domenicale di mia mamma.

2 - Gli ami non amano nessuno. Se un amo può bucare un pesce, chi l'ha detto che non possa fare altrettanto con la pelle? Non avendone mai maneggiati, mi sono trovato ben presto con più piercing addosso di una suicide-girl. Se io contassi come preda, calcolando ogni volta che mi sono "preso", avrei fatto la migliore "pesca miracolosa" dai tempi di San Pietro.

3 - Non è affatto facile. Tornando a quanto sopra, se Gesù ha dedicato più di un miracolo alla pesca e ai pesci, c'è un motivo: di quello c'è bisogno, del miracolo. E comunque, se la matematica non è un'opinione, anche se Gesù moltiplicasse i pesci che ho preso finora, sempre zero rimarrebbero!

4 - I pesci hanno gusti discutibili. Vermi, mosche, pezzi di altri pesci. Bisogna essere pronti a maneggiare cose viscide che lasciano le mani appiciccaticce di materia organica come sangue e interiora di pesce; cioè un irresistibile polo di attrazione per tutti gli insetti nel giro di centinaia di metri. Praticamente i pesci mangiano schifezze; sarà per questo che ci abbinano l'acqua.

5 - La scappatina. Se possono, i pesci mangiano a scrocco e se ne vanno dopo aver sbocconcellato allegramente l'esca senza darti la ragionevole soddisfazione di farsi acchiappare. Ma del resto, qui sono di cultura "portoghese". Praticamente ho aperto un ristorante per pesci.

6 - Vestirsi adeguatamente. Mi sono sempre chiesto: ma perché Sampei indossa quell'inguardabile cappello di paglia, che fa tanto mondina del Laos? La risposta, dopo tre giorni consecutivi di pesca, la si può trovare scritta in fucsia sul mio povero collo, a contatto del quale si fonderebbe anche l'anello di Sauron.

7 - Meglio da soli. Anche se avrei preferito avere un maestro, visti i risultati sono felice di essere andato a pesca da solo. La scusa è che ti godi il silenzio, l'aria di mare, il rumore delle onde. La verità è che, per trovare un altro momento del genere della mia vita, in cui si mischiano vergogna, solitudine e incapacità, devo risalire all'adolescenza.

8 - Che scoglioni. Pescare dagli scogli sembra romantico, avventuroso e non particolarmente difficile. In realtà è un'impresa e se, come me, non hai le movenze di uno stambecco di mare, il camminare scivolando, con in una mano la canna, nell'altra il secchio e in bocca un Santo, può creare non poco disagio.
Inoltre lo scoglio tende a prenderti per i fondelli e a trattenerti il piombo. Tu pensi di aver preso una balena, con all'interno Giona, Geppetto e Galeazzi, e tiri, tiri, tiri... finché te ne fai una ragione e tagli la lenza abbandonando il piombo in mare. Un altro paio di giorni e sotto gli scogli ci sarà così tanto metallo che il polo nord magnetico si sposterà verso Capo Verde.

9 - Marco se n'è andato e non ritorna più. Dopo un po' di tempo con la canna in mano, chi, come me, è abituato a stare in quella posizione giusto il tempo di una minzione, si inizia ad annoiare. E quindi ci si trova nella situazione ossimorica di aver scelto un'attività solitaria e, allo stesso tempo, di patire un po' la solitudine. Si rimedia in fretta: la prossima volta porterò con me una silenziosa compagna di avventure: la birra!

10 - Guardarsi intorno. Ogni mezz'ora faccio una ricerca su Youtube della seguente frase, tradotta in tutte le lingue: "italiano idiota cerca di pescare e si avvolge nella lenza". Sarà paranoia, ma alle mie orecchie, mischiato al suono del vento, giungeva quello di inequivocabili risate. Ma magari erano i pesci.

sabato 15 agosto 2015

Dopo questo silenzio.

Riprendo a scrivere dopo un periodo di latitanza dovuto non a mancanza di argomenti o di volontà, bensì ad una tragica concomitanza di situazioni avverse che contemplano l'assenza di internet (imputabile a me, soltanto a me, nient'altro che a me), un ennesimo trasloco, un nefasto allineamento astrale e la malevolenza di qualche divinità da me troppo spesso nominata. Beh, rieccomi qui, in quel di Tarrafal.

L'estate e la stagione delle piogge mi hanno portato, oltre che un'umidità da foresta pluviale, anche la gradita presenza di due amici, Angelo e Serena, che purtroppo sono, nel momento in cui scrivo, già rientrati in Italia.

Con Angelo ho avuto il piacere di cimentarmi in una battuta di pesca. Dico battuta un po' perché non so di preciso come si chiami, e un po' perché chiamare "pesca" ciò che abbiamo fatto è davvero una battuta. Fantozzi e Filini sarebbero orgogliosissimi di noi!
Usciamo verso le 9 (più la solita mezz'oretta accademica), su una barchetta con un motore fuoribordo ottenuto probabilmente modificando quello di un asciugacapelli. Al timone l'espertissimo Vila, ad accompagnarci in nostro amico Adì. Appena fuori dalla baia buttiamo l'ancora (una pietra), e ci vengono consegnati gli strumenti del mestiere: delle lenze arrotolate una attorno ad una tavoletta di compensato, l'altra attorno ad una bomboletta di lacca, utile nel caso il pesce volesse presentarsi alla grigliata con un'acconciatura più voluminosa.
Gli amici capoverdiani attaccano alla lenza un amo, un peso (una pietra), mettono l'esca e via, nelle profondità del mare, dove l'acqua è più blu!
Dopo 30 secondi tirano su un pesce! Restiamo sbalorditi e ci prepariamo a fare la pesca miracolosa di San Pietro ma senza interventi divini in aiuto!
E intanto, i racconti da lupi di mare si sprecano: esiste uno squalo gigante che ha il territorio di caccia poco lontano, esiste una manta di 5 metri che si vede al tramonto e che, se non spegni il motore, ti affonda la barca, quella volta che due barche hanno preso un tonno gigante a Fogo e l'hanno portato fino a Tarrafal, e via discorrendo.
Intanto la barca tardava a riempirsi dei frutti dei nostri sforzi e, l'unico pesce fino ad allora catturato, aveva deciso di abbandonare questo mondo non per mancanza di acqua, ma per solitudine.
Risultato: dopo tre ore, vari spostamenti e mille trucchi provati, abbiamo portato a casa un'insolazione e un gran male al culo. E siamo andati a pranzo al ristorante.

Qualche giorno fa ho comprato una macchina. Il giorno seguente, mentre con Angelo e Serena ci trovavamo a percorrere una stradina pittoresca in un posto chiamato Tras do Monte, ci capita di passare di fianco ad un gregge di pecore. La cosa è talmente normale, qui, che ci faccio appena caso: le pecore si scansano al passaggio dell'auto e io, d'altronde, sto andando proprio piano.
Mi accorgo però che il montone ci sta guardando minaccioso; all'improvviso ci carica a testa bassa e mi incorna la macchina nella parte anteriore, il bastardo! Dopodiché si da alla macchia.
Scendiamo dall'auto e vediamo che la portiera si apre con difficoltà. Mi riprometto, quanto prima, di mettere una testa di montone come polena sul cofano della mia macchina!


Ho preso un cane, che da quando è arrivato, ha portato scompiglio e disastri. Si tratta di una femminuccia. L'ho chiamata Pandora. Al momento la cosa che più mi stupisce è il fatto che riesca, ogni giorno, a cagare l'equivalente del suo peso corporeo!
Ma mi sta facendo una gran compagnia nella mia casa troppo troppo grande! Vi aspetto, gente!

martedì 23 giugno 2015

Una giornata perfetta.

Mi capita ogni tanto di leggere su Facebook degli stati che recitano più o meno così: "Basta, mollo tutto e vado ad aprire un chiringuito su una spiaggia deserta". Nella mia vita ho avuto una sola esperienza di chiringuito, quando lavoravo in Messico; il mio amico Fabio mi ci ha portato in una pausa pranzo, via mare col gommone, disertando il ristorante del villaggio. Abbiamo mangiato un taco e bevuto talmente tanta cerveja che il nostro rientro è un mistero del mare secondo solamente al triangolo delle Bermude.
Da quel poco che ricordo, però, un chiringuito è un'attività commerciale, e come tale ha bisogno di clienti. Sicché l'idea della spiaggia deserta sarà anche romantica, ma non è proprio da mago del business.
La voglia di fuga e di relax tropicale, lontano da tutto e da tutti, si è oggi per me realizzata in maniera sublime.

Oggi a Tarrafal c'erano 37 gradi ben ventilati, un sole stupendo, cielo terso e spiaggia deserta. Sono andato a pranzo in uno dei ristoranti a me cari, direttamente su quella che è chiamata "spiaggia del Presidente", perché pare che fosse una volta riservata all'autorità.
Non c'era anima viva, tutta la spiaggia per me, tutto il ristorante per me.
Caldo, silenzio, rumore delle onde. Birra.
Oggi qui era veramente il paradiso, impossibile descriverlo meglio di così.


Mentre decidevo cosa ordinare (il tonno fresco grigliato era il candidato favorito nei sondaggi), si avvicina un ragazzo dalla spiaggia, che scopro essere un pescatore di aragoste. Ne ha tre, ancora vive.
Mi chiede "Ti interessano?" faccio una faccia di circostanza che non ingannerebbe un bambino e rispondo "Forse. Quanto vuoi?" "20 € l'una"
Gli offro 5 € e, crepi l'avarzia!, con dieci euro ne prendo due che spariscono nei meandri della cucina per prepararsi a terminare la loro esistenza nel mio stomaco, con buona pace dei vegani. Che rispetto, come rispetto tutte le filosofie, i credo e le religioni del mondo tranne quelle che mi suonano al citofono la mattina.

Due carapaci e tre bottiglie vuote dopo, quando già intravedo l'incubo del ritorno a casa sotto il sole, un angelo viene in mio soccorso assumendo le forme di una venditrice di noccioline americane. Così trascorro un'altra mezz'oretta all'ombra, sgranocchiando.
Ma ormai non ho più scuse: mi tocca affrontare la canicola per tornare a casa. Nel tragitto, davanti ad una casa incontro una bellissima bambina, che si chiama Alicia e che già conosco, che gioca con un cucciolo, dall'appropriatissimo nome di Ice (sai mai che cambia il tempo!). I due insieme sono uno spettacolo bellissimo, quasi commovente, e mi fermo a giocare con loro mentre le parenti della bimba mi offrono un succo di frutta.
A casa ho ancora dei palloni che ho portato da casa, ne vado a prendere uno e lo regalo ad Alicia.
Lo so che non è bello, lo so che non aiuta l'economia, lo so che per far del bene ci sono mezzi migliori. Però il sorriso di un bambino, perdiana!, è sempre il sorriso di un bambino e poiché è l'acquisto migliore per qualità-prezzo che si possa fare, sticazzi!


Oggi è stata una bella giornata. sono stato bene e mi sento felice. Tornando a casa nel pomeriggio, mentre incrociavo gli alunni che tornavano da scuola, una bambina che avrà avuto 7 anni allunga la mano per darmi il cinque. E con questo, sono in grado di sopportare anche il tacchino dei miei vicini che urla come se lo stessero scannando. Magari.

venerdì 19 giugno 2015

due-punto-zero

Qualche giorno fa mi trovavo in un bar a bere un caffè con un amico capoverdiano quando la radio, una delle poche che trasmettono anche brani internazionali, manda Nek con "Lascia che io sia" in versione spagnola. Poiché si stava parlando di musica, dico al mio amico:
"Per esempio, Nenè, questo cantante è italiano"
Mi risponde: "No, si chiama Nek ed è colombiano"
Ed io "No, davvero, è emiliano"
E Nenè "Non si chiama Emiliano, si chiama Nek, lo stanno dicendo proprio adesso".
E mentre lo speaker gli dava ragione, non ho trovato le parole per replicare.


Rispetto a qualche anno fa, andar via di casa ha ben altro sapore. I mezzi tecnologici hanno davvero accorciato le distanze, per usare un'espressione trita e ritrita.
Vedo per esempio mia mamma con una certa costanza su Skype sicché quando ci si rivede di persona, non sembra nemmeno di esser stati divisi così a lungo. E tutte le sere, con mio fratello e mia sorella nel nostro gruppo di Whatsapp, ci scambiamo la buonanotte con conversazioni in copia-incolla dal giorno precedente.
Sempre su Whatsapp ho commentato in tempo reale con un gruppo di amici, come se fossimo sul medesimo divano, la recente disfatta della Juventus in Champions League. E tramite Facebook, per la medesima occasione, mi sono preso più insulti di quanti ne avrei beccati stuzzicando Sgarbi in diretta TV.
Beh, pochi anni fa (pochi???) non era così.
Nel 1999, quando ero a Zanzibar, mio papà ha avuto la malaugurata idea di mandarmi via fax la pagina di un quotidiano riportante una notizia che mi interessava. Venti minuti e ventiquattromila lire dopo, mi arrivava un foglio completamente nero ed illeggibile; non ho mai avuto il cuore di dirglielo!
Partire per la stagione significava tagliare i ponti per mesi, senza praticamente sentire nessuno (i cellulari non erano ancora in auge), e senza condividere quello che facevi per mesi e mesi. Al limite, carta, penna e francobolli... E considerando la qualità di ciò che si condivide adesso, non era poi  tanto male!
Oggi è davvero tutto immediato. Ho saputo di un lutto al mio paese prima dei miei amici che ci vivono ed oggi ho praticamente partecipato in tempo reale, con foto e messaggi, al matrimonio di Elisa e Damiano (che sarebbero stati felici di avermi con loro, ma che hanno con la mia assenza risparmiato un millino di euro di alcolici!).

L'altra notte, svegliatomi per andare in bagno, mi sono accorto con sorpresa che mi avevano montato il bidet, a mia insaputa. Riscossomi un po' dal sonno, notavo sconcertato il colore rossastro del sanitario, nonché le lunghe antenne e le zampe mobili e vivaci. Ho chiesto scusa per non aver bussato e sono andato nell'altro bagno. Non sapevo di avere Samsa come coinquilino. Quando lo rivedrò gli chiederò la sua parte di affitto.

mercoledì 10 giugno 2015

Melting pot.

Il mio amico Andreas, dopo sei anni trascorsi senza una vera e propria vacanza, ha deciso di approfittare della bassa stagione turistica e di prendersi tre settimane di ferie. Si concederà un break in un posto di mare, esotico, lontano... Capo Verde. Lo svizzero ha bellamente deciso di trascorrere 20 giorni a Boavista, ospite sulla barca di un suo amico. Poverino, mi fa quasi tenerezza. Io, nel dubbio, ho deciso di spostare il mio ufficio e di lavorare dal terrazzo di Casa Strela, con questo panorama. Devo dire che, nell'ultimo mese, i miei problemi di pressione alta si sono notevolmente ridimensionati... Certo, anche una finestra sul grigio cielo milanese, con in sottofondo i melodiosi rumori del traffico, ha il suo fascino, ma non si può avere tutto.


I capoverdiani vivono in un'area di influenza culturale diversa dalla nostra. Mi spiego.
Nella mia ristrettezza mentale, di uomo occidentale cresciuto in un paese filo-americano, ho sempre dato per scontato che esistessero dei valori "globali"; personaggi, brand, artisti che, per la loro fama, fossero conosciuti in tutto il mondo.
Mi sbagliavo, e di grosso.
Ho iniziato ad accorgermene parlando di musica e dei Queen. Personalmente non credevo che esistessero persone che non conoscessero Freddie Mercury, ed invece è così. Mi dicevo poi "A maggior ragione poiché è nato in Africa" (come se un lituano dovesse per forza conoscere Nico Fidenco perché è nato in Europa... mmm... non so se il paragone è calzante).
Nulla. Freddie Mercury è sconosciuto. Proviamo con un nome che sicuramente conoscono: ho comprato qui delle tazze per la colazione con Snoopy, conosceranno i Peanuts! Macché! Sarò più specifico. "Conosci Charlie Brown?" "Sì, questo nome l'ho già sentito! Si tratta di uno scrittore?".
Spero che non si tratti di Dan Brown perché sarebbe una beffa che, con tutte le cose che qui non arrivano, facciano eccezione dei romanzi così inutili.
Ho provato con altro: Amazon, George Clooney, Leonardo Di Caprio. Nulla.
Questo non è per dire che siano ignoranti, perché non è così e non lo penso. Solo che le loro aree di influenza culturale sono differenti dalle nostre.
Per esempio, amano la musica colombiana, mentre io della Colombia conoscevo solo altre produzioni non discografiche. Oppure la musica angolana. Che per noi "Angola" nel migliore dei casi è uno stato africano non meglio localizzato. Nel peggiore, una canzone di De Crescenzo.

La scorsa settimana, a Praia, sono entrato in una farmacia per cercare fermenti lattici, che qui sono difficilissimi da trovare.
Questa farmacia li aveva. Una scatoletta costava 25 € e scadeva il giorno dopo. Glielo faccio notare, ma mi rispondono, col tono di chi insegna ad un bambino un po' tonto una cosa ovvia, che la data di scadenza di un medicinale è un consiglio e di non farci caso. Grato per questa nuova perla, non li ho comprati.
Non ho potuto fare a meno di notare, però, una scatoletta nera che faceva bella mostra di sé, unica e solitaria e con aria minacciosa, su uno scaffale in una vetrinetta chiusa a chiave. Sopra c'era scritto "Condom XL".
Le domande hanno iniziato ad affollare la mia mente, ma una su tutte: XL secondo parametri generali o secondo criteri locali? Perché, nel secondo caso, la faccenda diventava quasi terrificante. Ero tentato di chiedere informazioni, ma la presenza della commessa, carina e sorridente, mi ha chiuso un po'. La prossima volta li compro, perché io VOGLIO sapere. Nel peggiore dei casi, faccio un buco per la faccia e mi creo dei keeway economici!

Da un paio di settimane soffro di disturbi alla pancia. Poi, qualche giorno fa, riempiendo dal rubinetto una bottiglia di plastica per bagnare le piante, ho notato che l'acqua scendeva verde. Da allora mi preparo il caffè con l'acqua in bottiglia e sto meglio.
Non male per uno che gira il mondo da ormai 17 anni.

Ora torno a scrivere mails in portoghese. Chissà quante cose imbarazzanti produco, altro che le traduzioni nei menù dei ristoranti cinesi! E, devo ammettere, la cosa mi diverte molto. Cosa c'è di più ingenuo di un povero italiano che dice parolacce e si nasconde dietro la sua ignoranza linguistica?

sabato 30 maggio 2015

Coi loro occhi.

Come ci vedranno gli stranieri quando siamo a casa loro? Ho sempre avuto questa curiosità, e devo dire che in generale noi italiani abbiamo un'immagine distorta di come siamo considerati all'estero; allo stesso modo di come guardiamo a noi stessi in maniera prevenuta e sbagliata.

L'esperienza degli abitanti di Tarrafal con gli Italiani è piuttosto limitata, se si considerano i nostri connazionali residenti qui. Ne ho contati in tutto 6 o 7, e in una maniera o nell'altra li ho conosciuti tutti anche se non si è creato questo gran rapporto, come tra persone che non hanno voglia di ritrovare qui quello che hanno lasciato a casa. Perché chi è venuto a vivere così lontano dal proprio paese lo ha fatto per un motivo: chi per un lavoro con meno stress, chi per trascorrere una pensione più agiata, chi perché ha trovato l'amore, chi perché ha trovato la droga a buon mercato. Insomma, una colonia che tale non si può definire, di pochi individui ma con motivazioni disparate.
Però diversi locali hanno avuto modo di lavorare a Sal o a Boavista, isole molto turistiche dove la presenza italiana è molto forte; quindi hanno avuto modo di conoscerci e di valutarci.

E devo dire che l'idea che hanno di noi non è affatto male. Ci considerano persone di cuore, generose, socievoli (a differenza di turisti generalmente più asettici, come tedeschi e olandesi). Insomma, piaciamo abbastanza!
Resta radicata l'abitudine dei nostri connazionale di lasciare mance anche importanti quando si viene a conoscenza di situazioni di necessità, e di portare piccoli aiuti sotto forma di regali, soprattutto ai bambini, e questo piace molto. Se lasciassimo per esempio mia mamma nell'arcipelago, nel giro di un anno i bambini, che già hanno un patrimonio genetico di 8 kg di guance, si ritroverebbero a galleggiare sferici tra un'isola e l'altra.

La cultura italiana è praticamente sconosciuta, ma non è difficile immaginare perché. Circa un milione di capoverdiani lavora all'estero, tornando al paese natio solo in occasione delle feste e portando influenze straniere. Quasi tutti da Francia, Svizzera, Portogallo e Stati Uniti. La penisola non è rappresentata, e a parte poche informazioni, quasi esclusivamente calcistiche, non ho incontrato molta curiosità nei confronti dell'Italia. Esiste però una colorita nicchia religiosa che vede il nostro Paese come meta di pellegrinaggio in quanto luogo natale di alcuni Santi molto venerati qui (a Tarrafal, Santa Rita da Cascia spacca!).

La cucina italiana piace, ma non è riconosciuta come tale. I capoverdiani adorano la pasta (massa) e sopratutto gli spaghetti, ma reinterpretati. E male! Considerano una prelibatezza, per esempio, un bel piatto di maccaroni con panna e pollo; io aggiungerei una manciata di crocchette e lo darei al cane, per una sana e corretta alimentazione da cortile.
Uno chef spagnolo che ha un ristorante qui, e che ho sempre e solo visto lucido di sudore (saranno i 120 kg che si porta appresso?), si è vantato con me dei suoi studi di cucina italiana. Ho aspettato per un'ora i suoi spaghetti ai frutti di mare; quando mi ha chiesto se mi erano piaciuti, ho risposto a denti stretti. Credo che in un paese civile, per un piatto del genere ci sia il carcere duro, tranne che in Corea del Nord e Texas, dove di certo gli avrebbero dato la pena di morte.
Giustamente.


Partire dall'Italia e pretendere la pasta buona a Capo Verde non è di certo la cosa più furba del mondo. Ma io non pretendo di essere tale; e poiché io furbo non sono, la giornata è stupenda e su Facebook compaiono le prime foto di prosciuttoni che rosolano sulle sdraie, io vado a spararmi una cerveja in spiaggia.

domenica 15 febbraio 2015

Un fisico da scaricatore di porno!

Nell'ultima settimana sono andato a correre un paio di volte al tramonto; riprendere è faticoso, ma l'inattività, unita al fatto che mangio ogni giorno l'equivalente del PIL di Andorra, mi rende un po' pesantuccio. Tocca rimediare!

I capoverdiani amano lo sport. L'avevo notato durante i miei viaggi precedenti, quando ho visto qui a Tarrafal centinaia di persone allenarsi in spiaggia, o a Praia, dove altre centinaia correvano sul lungomare. In entrambe le città vi sono piccole "palestre" all'aperto per allenarsi da soli, con sbarre, anelli e altre cose di cui io non saprò mai il nome. E sono molto utilizzate.
Non voglio dire che qui, rispetto all'Italia si faccia più attività fisica. Solo che a Tarrafal, visto il clima, si fa all'aria aperta quindi è evidente! Da noi magari gli atleti sono tutti chiusi nei centri fitness, ma avendo io ricevuto il DASPO dalla Federazione Italiana Fitness, non posso saperlo!

I risultati fisici sono palesi. In generale i ragazzi capoverdiani sono molto belli: piuttosto alti e slanciati, bei fisici, pettorali a 18 pollici, tartarugona. Se poi hanno anche qualche altra qualità nascosta, al momento mi sfugge. E spero che continui a sfuggirmi, e io a sfuggire a lei!
Se aggiungiamo al fisico impressionante anche un sorriso sempre aperto, gli occhi spesso tendenti al verde ed un carattere veramente allegro e cordiale, ce n'è a sufficienza per giustificare tutte le mie ex colleghe che hanno perso la testa per giovanotti del posto.
Oltre che l'attività fisica, sicuramente anche l'alimentazione aiuta: frutta, pesce, riso e verdura sono la base. Poca carne, quasi esclusivamente pollo. Pochi dolci, pochissimi alcolici.
Il contrasto con la mia sana dieta a base di lasagne, alcol, panini alla mortazza e pasta al pesto,il tutto seguito da un tuffo sul divano, si legge nelle forme. Fisico a trapezio per entrambi; ma io a trapezio classico, loro a trapezio rovesciato.
Inoltre qui ho scoperto il "Pao de coco": un morbidissimo panino dolce contenente farina di cocco e probabilmente droga, poiché non si riesce a smettere di mangiarlo. Costa circa 25 cent di € ed è sicuramente dietetico!



Le ragazze, invece, tendono al "gordo". Meno attive nello sport, forse; o semplicemente per costituzione o perché figliano piuttosto presto, le ragazze qui spesso presentano la stessa caratteristica che il Cavaliere ha tanto cavallerescamente sottolineato nella Merkel. Non vuol dire che non ci siano belle ragazze, per carità! Ma la bilancia pende decisamente a favore dei maschietti!

L'aspettativa di vita non è affatto male per essere in Africa, anzi! Inoltre gli anziani dimostrano molti anni in meno rispetto a quelli effettivi.

Un popolo in forma, quindi. Vedremo tra un annetto, dopo che avrò portato sull'isola la cultura della pastasciutta! Mens sana in corpore grasso!

giovedì 12 febbraio 2015

Benedetto il Kobo!

La mia vita mondana a Tarrafal non si potrebbe sicuramente definire frizzante. Un po' per le mie difficoltà linguistiche, un po' perché mancano le occasioni canoniche di socializzazione per un occidentale, per il momento devo dire che non ho una larghissima cerchia di conoscenze.
Niente da dire dei capoverdiani, anzi. Simpatici, disponibili e sorridenti; ma allo stesso tempo con quella rispettosa discrezione che se da un lato apprezzo molto, dall'altro mi rende più lunga questa prima fase di acclimatazione (vocabolo che esiste, ho controllato!).
Ovviamente le persone con le quali ho legato di più sono quelle con le quali ho avuto contatti per motivi di lavoro. Gli inviti a cena a casa loro sono all'ordine del giorno. A volte accetto, a volte declino: preferisco prendere un po' più di sicurezza con il portoghese per evitare di fare gaffes e magari, per cercare di fare i complimenti per un piatto, finire per muovere involontariamente avances alla padrona di casa!

Da sempre amo leggere; qui, complice l'assenza della TV (che non mi manca per nulla!), ho modo di sbizzarrirmi. Non avrei mai potuto caricare in valigia tutti i libri che sto divorando; ma grazie al cielo vivo nell'epoca degli ebook readers e un potenziale problema è risolto sul nascere.
La misura della mia vita sociale qui può tradursi in questo dato: in 26 giorni ho letto:

La guerra in Europa dal Rinascimento a Napoleone - A. Barbero
Il sorriso di Angelica - A. Camilleri
La tripla vita di Michele Sparacino - A. Camilleri
Un covo di vipere - A. Camilleri
Una lama di luce - A. Camilleri
Una voce di notte - A. Camilleri
Il bizzarro museo degli orrori - Dan Rhodes
Le fiabe di Beda il Bardo - J. K. Rowling
Giocare da uomo - J. Zanetti
A volte ritornano - S. King
Il nome della rosa - U. Eco

Sono in corso di lettura:

Il sergente nella neve - M. Rigoni Stern
Open - A. Agassi

Generalmente gli adolescenti tendono a peggiorare il loro rendimento scolastico quando scoprono le ragazze. Auguro alla mia abnegazione per la lettura il medesimo decorso.

mercoledì 11 febbraio 2015

Trasporto: mezzi e mezzucci.

La strada che unisce Praia a Tarrafal e che taglia da un'estremità all'altra l'isola di Santiago, la maggiore di Capo Verde, é, con i suoi circa 70 km, la più lunga dell'arcipelago.
La prima volta che sono stato qui, mi stupii per la qualità di questa strada. Larga più o meno come una statale a due corsie e con l'asfalto perfetto, in alcuni rettilinei sembrava quasi che invitasse a correre. Ho notato infatti, quando son tornato quest'ultima volta, che sono stati messi numerosi cordoli di rallentamento.
Per via di questi cordoli, per il fatto che la strada attraversi diversi centri abitati e poiché in alcuni tratti collinari presenta molte curve, per percorrere questi 70 km  ci si impiega circa un'ora e mezza.

Il numero di auto pro-capite a Capo Verde è molto più basso che in Italia. La benzina per esempio costa poco più di 120 escudos al litro (prezzo imposto) cioè più di un euro per litro. In un paese dove lo stipendio è mediamente un decimo che in Italia, le proporzioni sono facili da fare.
Quindi auto poche, ma, quelle che girano, io non potrò mai permettermele in vita mia!
Ciò dipende un po' dal fatto che qui i ricchi sono davvero ricchi. Ma anche dal fatto che Capo Verde sta diventando un nuovo crocevia della droga proveniente dal Sudamerica e diretta in Europa.

Perciò, in attesa di finire in galera per via di qualche ovulo di cocaina galeotto, come può un povero italiano, per il momento sprovvisto di auto, girare l'isola?
Opzione numero 1: Taxi o NCC (noleggio con conducente). Ma visti i costi, secondo me sono iscritti al sindacato tassisti milanesi.
Opzione numero 2: noleggio auto. 30 € circa, tariffa ragionevole. Però partire da Tarrafal, andare a Praia, spaccarsi la faccia in un locale con musica dal vivo e dover riattraversare l'isola con le incognite alcol + strada buia, potrebbe avere un solo epilogo: un necrologio in creolo su "Il Corrier de la Tarde"
Opzione numero 3: il minivan. Mi spiego: esistono decine di minivan, da circa 10 posti circa, che fanno la tratta Praia-Assomada-Tarrafal e ritorno, toccando cioè le tre più grandi e popolose città dell'isola oltre a fermarsi in un'infinità di piccole località lungo la strada. In questo caso il costo a persona è piuttosto basso, ma, va da sé, che per il conduttore-proprietario è conveniente partire con il veicolo pieno. Qui è in auge una tecnica: il conduttore assolda un amico o conoscente e continua a girare per la città mentre quest'ultimo chiede a tutti se cercano un passaggio. Il fatto è che questo tizio è molto spesso piuttosto aggressivo nei modi. Più di una volta non sono riuscito a capire se le persone imbarcate avessero davvero necessità del viaggio o se piuttosto fossero state caricate di forza, sperando magari di trovare in seguito un passaggio per il ritorno.
Ho fatto una volta questo viaggio, stipati in 15, tra adulti, bambini e bacinelle. Direi che, complice il mio mal d'auto, per questa vita sono a posto così.

Che dire. Resterò a Tarrafal. E non mi lamento: qui non si vede il Festival di Sanremo!!!

lunedì 9 febbraio 2015

Un lunedì al mercato.

Il lunedì mattina Tarrafal si presenta assai vivace.
Vivacità assai più evidente se paragonata al "fim de semana" decisamente tranquillo, forse perché le funzioni religiose e i pasti in famiglia catalizzano le persone.
Il risveglio dal letargo del week end è frenetico, ma di una frenesia ben diversa da quella che si vive dalle mie parti. Tanta gente in giro che però, sebbene indaffarata, sorride e si dimostra sempre aperta ai rapporti con gli altri.
Uno dei segreti, secondo me, sta nel nome che qui viene dato ai giorni.
Dopo Sabado e Domingo, infatti, i giorni sono chiamati Segunda-feira, Terça-feira, Quarta-feira, Quinta-feira e Sexta-feira.
Capito? Partono da "Segunda". Saltano praticamente il lunedì! Per questo sono allegri, i paraculetti!

Il lunedì mattina c'è molto movimento davanti agli sportelli della Western Union; molte famiglie vanno a ritirare i soldi spediti dai parenti che lavorano all'estero. Questo benessere si trasmette anche sul mercato, che infatti stamane era particolarmente ricco e movimentato.
Mi ha colpito da subito vedere che all'ingresso c'erano delle ragazze con un cestino sottobraccio e che vendevano... pasticche! Ma pasticche proprio, medicine, blister di compresse, supposte! Non padroneggio a sufficienza la lingua da poter chiedere se servisse la ricetta!
Entrando, frutta, verdura, pesce, tutto ciò che ci si aspetta da un mercato africano... ma con i prezzi italiani.



Una signora mi ferma. Vende frutta e verdura e mi chiede se mi serve qualcosa. Chiedo un cespo di insalata, e inizia a mettermene tre o quattro. Le dico che sono troppi, che io sono "soltéro", per dire che vivo solo, l'insalata è troppa.
Purtroppo "soltéro" significa anche "scapolo". Si è creato il finimondo. Ha chiamato una sua nipote dal banco di fronte, dicendo che mi potevo "casar" con lei, e mi sono trovato circondato da 5 o 6 donne che mi chiedevano età, cittadinanza, codice fiscale, qualunque cosa, perorando il matrimonio con la giovane nipote dell'ortolana.
Che, guarda caso, era nubile. E, guarda caso, non mi era difficile capire perché.
Mi sono divincolato distribuendo sorrisi come un croupier distribuisce le carte dal mazzo; dopo pochi passi, una signora mi propone di acquistare una gallina.

Non ho potuto fare a meno di fare il paragone: la gallina vince a man bassa!

mercoledì 4 febbraio 2015

Segnali di stile.

Tra il 1998 e il 1999 ho lavorato a Zanzibar, in quella che è stata la mia prima vera esperienza all'estero.
Ne serbo un bellissimo ricordo: la gente era veramente magnifica e fu naturale per me fare amicizia con molti di loro.
Pochi giorni prima di partire, un ragazzo del posto che lavorava al bar e del quale ricordo ancora il nome, Suleman, mi fece una domanda alla quale non seppi rispondere.
Le sue parole furono più o meno queste: "Noi qui non abbiamo molto, siamo poveri. Ciò nonostante ci vestiamo al meglio delle nostre possibilità, ci pettiniamo e curiamo la nostra immagine. Voi invece, che siete ricchi, vi vestite trasandati. Perché?"
Di sicuro appariva incomprensibile, per lui, che per noi fosse motivo di vanto e orgoglio l'esserci africanizzati, girare scalzi, vestire con abiti o accessori zanzibarini quando loro, invece, anelavano ad essere più occidentali possibile.

Prima di trasferirmi qui, mi sono ricordato delle parole di Suleman, ed ho fatto bene.
Come ho già scritto, i capoverdiani sono molto curati nel vestire, nonostante siano palesemente meno agiati di noi; capita spesso per esempio di vedere uomini, anche di una certa età, che indossano un completo. Un completo! Con il caldo che fa!
La prima volta che sono stato qui, nel 2013, avevo un appuntamento, insieme ai miei amici, col Sindaco nel suo ufficio al Municipio. Si moriva di caldo, ed io ero ovviamente con i pantaloni corti. Ebbene, sono dovuto tornare in hotel a cambiarmi per mettere quelli lunghi, altrimenti non sarei potuto entrare.

Questa lunga premessa solo per giustificare gli occhi con cui guardo i pochi europei, tra cui pochissimi italiani, che hanno fatto la scelta di trasferirsi in questo paradisiaco lembo di mondo.
Ho conosciuto una ragazza; simpatica e gentile, per carità, e sembrava anche felice di poter parlar la sua lingua madre. Anzi, ho creduto dapprima che l'avesse in parte dimenticata per via della lunga permanenza a Capo Verde. Poi invece, è emerso che vive qui da 4 mesi appena, che le manca Bergamo; e che nulla, l'italiano non deve mai averlo parlato troppo bene. Si è "africanizzata" molto bene. Dell'Africa mi ha trasmesso la scarsità di acqua (!) e l'abbondanza di primati pelosi (Signore, ti prego, fammi dimenticare quelle ascelle!!!).

Forse la verità è che l'Italia è un paese talmente alla moda, che appena ne usciamo siamo felici di poterci lasciare andare. Anche troppo.

Capita spesso che un italiano di ritorno da New York, riferisca: "Lì puoi vestirti come vuoi che nessuno ti guarda!"
Ma come direbbe il mio amico Alfonso Buscemi: "Ma ora sei in Italia, vai a cambiarti che fai schifo!".

martedì 3 febbraio 2015

Boa Noite.

Il mio appartamento a Biella si affaccia su una piazza già trafficata alle 5 del mattino. Quindi, mio malgrado, venivo svegliato molto presto dai rumori della strada. Mi lamentavo. Sciocco ingenuo.

Questa è l'ultima notte nell'hotel Cachoeira di Tarrafal; da domani dormirò nel nuovo alloggio affittato dall'azienda.
Mi immaginavo qui delle grandi dormite, la zona è tranquilla, in riva al mare, tra la natura e gli animali. E proprio loro, gli animali, si sono rivelati i nemici del mio sonno.

Tarrafal conta moltissimi cani randagi. Sono innocui, interagiscono tranquillamente con l'uomo e tra di loro, non sono affatto aggressivi e al massimo ti guardano con occhioni da attore consumato mentre mangi.
Passano praticamente tutto il giorno a sonnecchiare. Ma la notte no. La notte abbaiano.
I primi 5 minuti di latrati generalmente sorrido, perché mi torna sempre alla memoria la scena del telegrafo dei cani ne "La carica dei 101".
Dopo mezz'ora, mi sono già solennemente ripromesso di girare la città, il giorno successivo, per svegliare di soprassalto tutti i cani che trovo addormentati.
Dopo un'ora, ho deciso di comprarmi un leone da lasciare brado di notte dalle parti dell'hotel.

Se i cani sono randagi, l'animale domestico per eccellenza qui a Tarrafal è il gallo. Ogni famiglia ha un pollaio, e in ogni pollaio spadroneggia lui, il signore della notte.
Perché la storia del gallo che canta al sorgere del sole, come ce l'hanno propinata da fanciulli, è una fandonia. Il gallo canta sempre!
Ieri notte mi sono messo, per curiosità, a contare i "chicchirichì" del gallo del mio vicino, per capire quanto tempo ci avrebbe messo a seccarsi quella maledetta ugola. Dopo 40 minuti, al ritmo di un "chicchirichì" ogni 30 secondi circa, avevo ormai elaborato una complessa teoria: esiste un'associazione massonica di pennuti, impegnata, grazie a turni organizzati con  elvetica precisione, a cantare tutta la notte, privando gli uomini del giusto sonno allo scopo di impadronirsi del mondo!

Alle 6 suona la campana della chiesa. Solo alle 6. Non alle 5, alle 7 o alle 8. Alle 6.
E probabilmente mi sarò perso qualcosa nel cambio Euro/Escudos/Fuso Orario, perché la campana batte 9 tocchi; forse per assicurarsi che io sia ben sveglio!

Infine, una riparazione accettabile potrebbe essere la pennica dopo pranzo. Gustosa e che amo particolarmente. Ma no! Non si può! La finestra del mio hotel si affaccia su di un cortile trasformato in officina, il cui proprietario sta riparando una macchina. Il genio deve sapere qualcosa che io non so, perché per riparare carrozzeria, motore, cerchi, interni, usa un solo strumento: il martello. Se le maledizioni funzionassero, sarebbe morto in almeno 5 universi paralleli!

Vedremo come passerà questa ultima notte. Da domani dovrò cercare nuove cose di cui lamentarmi!

lunedì 2 febbraio 2015

Piccoli business.

La prima impressione, si sa, è importante.
E fin dalla mia prima volta sull'isola, ho avuto modo di farmi un concetto diverso da quello che i miei pregiudizi mi dettavano. Parlo soprattutto della gente.
Educata, vestita con dignità, affaccendata, attenta e cortese nei rapporti interpersonali. Gentile ma mai invadente.
Sto generalizzando, lo so, ma la differenza rispetto ad altre mie esperienze africane è palese. Non ho visto mendicanti, né quello sfruttamento disperato del turista tanto diffuso altrove.
Non sto dicendo che non ci siano poveri, per carità. Ma la mia percezione è che il tenore di vita di queste persone sia buono.

La cause sono molteplici, e magari ne scriverò in un altro momento.
Quello che mi colpisce, qui come altrove, è la micro attività commerciale; ma proprio micro micro. E che ha come unico limite la fantasia. Del resto, noi italiani siamo stati per decenni maestri nell'inventare fonti di reddito!

Di fronte alla spiaggia, stazionano all'ombra di un albero 4 o 5 donne, con bacinelle piene di noci di cocco. Stanno lì dalla mattina alla sera e offrono, ai turisti che vanno in spiaggia, "Agua de coco!".
Con sorridente caparbietà, ogni volta che passo, una di esse mi si avvicina e mi propone la sua "Agua de coco". Che purtroppo, essendo una bevanda analcolica, non rientra nei miei gusti. Una volta ho dunque risposto: "Io l'agua de coco la bevo solo col rum". E la signora sorridente: "Non c'è problema. Vai a comprare il rum, io ti aspetto con l'agua de coco".
E così ho fatto. Non potevo a questo punto esimermi.

In questo periodo si gioca la Coppa d'Africa di calcio, molto seguita qui, poiché vede impegnati gli amatissimi "Tiburones Azules", la nazionale di Capo Verde.
Come da manuale, nella piazza principale qualche sera fa era montato un maxi schermo e centinaia di persone stavano seguendo in piedi l'incontro.
La mia attenzione viene colpita da una signora, avrà avuto sui 70 anni, che girava tra le persone offrendo qualche cosa che non riuscivo a capire. Mi sono avvicinato: aveva una borsa grande, come quelle dell'Ikea, con dentro due sgabelli. Stava offrendo posti a sedere, per l'equivalente di 50 centesimi di euro!
La partita è finita 0 a 0. Spero che la signora abbia avuto miglior fortuna.

domenica 1 febbraio 2015

Un'isola a forma di pera.

Oggi è il 1 Febbraio. Un mese che mi piace, forse perché in Febbraio compio gli anni, o forse perché da sempre lo considero un mese di cambiamento.
Da due settimane mi trovo a Tarrafal, isola di Santiago, arcipelago di Cabo Verde, Africa occidentale.
Un'isola a forma di pera, l'isola della capitale, Praia.
E al nord-ovest dell'isola, dove dovrebbe all'incirca trovarsi il picciolo di questa pera inclinata, sta Tarrafal.
Sono qui per avviare un'attività commerciale, più precisamente un resort, con ristorante, bungalow, spiaggia attrezzata, annessi e connessi.
Al momento, sono impantanato in lungaggini burocratiche che quanto meno non mi fanno sentire lontano dall'Italia.

Ho già avuto modo di lavorare in altre zone turistiche dell'Africa, per cui avevo delle aspettative su ciò che avrei trovato, come posti, come gente, come vita, come dinamiche.
Ad oggi, si è rivelato tutto sbagliato.

Voglio scrivere qui di questo posto e di questa esperienza, di ciò che mi sembra sconosciuto e che poi scopro familiare, di ciò che mi sembra di conoscere e che invece si rivela completamente nuovo.
Perché in fondo oggi, 1 Febbraio, io sono in spiaggia, al sole. E non è poco.