lunedì 22 agosto 2016

Sono arrivati i Cinesi non si vende più niente (niente più, niente più)

I capoverdiani hanno la musica nel sangue.
Lo so, sto cavalcando uno stereotipo vecchio e abusato, ma è così. Soprattutto in estate poi, epoca in cui le famiglie si riuniscono poiché gli emigranti rientrano per le ferie, ogni occasione è buona per festeggiare. Mi stupiscono certe cene che si protraggono fino all'alba con decine di invitati (le famiglie qui sono parecchio ramificate), convivi questi in cui si risolvono i problemi logistici semplicemente spostandosi all'aperto. Si chiudono le strade e chi deve passare fa il giro. Semplice, no?
I miei vicini, e non solo loro, adorano un tipo di musica che si chiama "cotchi po" e che ascoltano per ore di seguito a tutto volume. Io non so come facciano, visto che io e Francesco, dopo circa 3 minuti che subiamo il bombardamento sonoro, già meditiamo il suicidio. Può darsi che sia l'equivalente della musica che mettono ai rave in Italia, ma io non lo saprò mai, visto che non ho mai partecipato ad un rave ed ho ormai più che doppiato l'età utile per fare questa esperienza. Grazie al cielo.
Se volete sentire il "cotchi po", cliccate QUI, ma poi non ve ne lamentate con me!
Nel dubbio, inoltre, qui è iniziata la campagna elettorale, vissuta più come un mix tra una vittoria ai mondiali di calcio e una sfilata di Carnevale!



Noi in Europa ci siamo abituati ai cinesi. Del resto viviamo nel primo mondo, il consumismo fa parte della nostra cultura e a me sembra assolutamente plausibile che un cinese apra un negozio a Santhià, paese della provincia di Vercelli dove sono cresciuto, per guadagnare sani e sempre ghiotti Euro.
Ma quando ho scoperto che ci sono più di dieci negozi di cinesi a Tarrafal, nonché decine e decine sull'isola di Santiago, non ho potuto che stupirmi. A parte il nome, non vedo alcuna attinenza tra Santhia e Santiago. La mia domanda era dunque questa: cosa può spingere un cinese a lasciare le sue grandi città, o le sue valli coltivate a té, o le sue colline coronate di nuvole stile kung fu panda (oggi lo stereotipo si è impossessato di me!), per andare a vendere generi alimentari in un posto del quale sicuramente non ha mai sentito parlare?
Sul fenomeno della colonizzazione, o meglio, dell'acquisto di grosse fette di Africa da parte della Cina ci sarebbe da scrivere troppo, ma non sono qualificato per poter affrontare esaurientemente questo argomento.
Ma qui i cinesi contano eccome: mi hanno detto hanno "regalato" il palazzo del Governo a Capo Verde (o quello del Parlamento, non ricordo), hanno la concessione per la costruzione e lo sfruttamento del casinò che sorgerà all'interno del mega-resort che cambierà la faccia della capitale Praia, hanno decine di aziende di import-export e ancora più punti vendita. E incredibilmente, almeno per noi, qui il prodotto cinese è sinonimo di qualità!

La comunità cinese contribuisce al folklore locale. Si tratta di gruppi piuttosto chiusi, con chiare gerarchie tra chi comanda chi lavora. Escono in gruppo e quando vanno al ristorante ordinano grandissime quantità di cibo, ma sono famosi anche perché la notte si recano al mare e pescano a scopo alimentare alcune creature che i locali aborrono, come i granchi e i ricci di mare. Il gruppo che vedo spesso è di norma seguito da due grossi cani neri che le malelingue sostengono essere sempre differenti.
Parlano un crioulo alla canarino Titti, con le "elle" che sostituiscono le "erre", cosa che non sentivo dai tempi dei film di Charlie Chan.
Qualche tempo fa una persona mi ha esposto una teoria: costui sosteneva che tutti i negozi dei cinesi in realtà appartengono allo Stato e coloro che ci lavorano sono dei cittadini che devono scontare delle piccole condanne, per esempio per debiti o per evasione fiscale. Le loro pene detentive verrebbero quindi commutate in determinati periodi di lavoro all'estero.
Benché non creda molto a questa storia, che però spiegherebbe la perfetta identità dei prodotti, dei prezzi e la scarsa indole alla vendita del personale, il fatto che sia credibile è già di per sé indicativo. Mi verrebbe da pensare piuttosto, soprattutto dopo qualche chiacchiera con un cinese con cui sono più in confidenza, che si tratti di salariati. Ma comunque, non di imprenditori!
I cinesi qui non hanno nome. I capoverdiani chiamano ognuno di essi "Cina". Giusto per non fare confusione sulla provenienza.

Con grande dolore, devo constatare che tra le varie attività che normalmente attribuiamo ai cinesi e che in Italia troviamo in ogni angolo, qui ne manchino totalmente due: i ristoranti e i centri massaggi.
Per solidarietà, anche questo post non avrà un happy ending.



Ah, quanto mi piacerebbe che in Italia i politici sfilassero per strada!

lunedì 8 agosto 2016

Momenti di varia umanità.

Se la mia fidanzata avesse la stessa regolarità di questo blog, passerei dei lunghi periodi di angoscia. Ma così non è, quindi vivo questo impegno che ho preso con me stesso con la spensieratezza che metto in tutte le cose della vita. O quasi.
Volevo riprendere, dopo pochi giorni dal post precedente, l'argomento viaggi; ma la stagione estiva sta portando tanto lavoro, tanti impegni e poco tempo per scrivere. Quindi salto a piè pari i discorsi in sospeso che vertevano su: voli in ritardo non specificato, gruppi whatsapp dal nome blasfemo, amici che si propongono di venirti a prendere in aeroporto e ci vengono in tram, passeggiate notturne per città deserte con topi di notevole stazza che cadono dai cornicioni e poi fanno gli indifferenti, addetti alle pulizie dei bagni dell'Aeroporto di Lisbona che ti minacciano brandendo uno scopettone. Non parlerò di nulla di tutto ciò.
Ma a rileggere le righe appena scritte, posso solo concludere che la mia vita è veramente difficile.


Qui è estate, fa caldissimo, talvolta piove e ci sono vita e fermento. Vita e fermento che, per esempio, si esprimono nel ragno che ha dato alla luce una nidiata di figliolanza aracnoide da qualche parte nell'impianto dell'aria della macchina cosicché oggi, accendendo il condizionatore, dai bocchettoni sono state sparate nuvole di ragnetti su tutto il mio corpo. Cose belle che danno un senso alla giornata.
La scorsa settimana sono stato a cena dai miei amici Sabina, svizzera parlante italiano, e Adi, chiamato "Model" per ragioni a me ignote, capoverdiano. Hanno una bellissima casa con un quintal (cortile interno) molto accogliente, arredato con divani, amache e sdraie. Invitati, oltre a me, il mio amico Andreas, svizzero, e Solange e Raissa, due sorelle della Guinea Bissau.
Cena, ovviamente, fonduta.
Ora, io qualche volta la fonduta l'ho mangiata in Piemonte. E devo dire che mi è piaciuta molto. Però era inverno, eravamo in montagna e la fonduta ci stava bene.
Qui invece si era a Capo Verde, in estate, con un caldo che Amon Amarth levati; inoltre Andreas, oltre ad aver messo nella fonduta una generosissima dose di "vino di mele", mi ha spiegato che in quel vino i veri uomini ci imbevono il pane prima di pucciarlo nel formaggio. E io che mi vanto di essere un vero uomo, perlomeno a tavola (anzi, forse ormai solo a tavola!), ho raccolto la sfida.
In conclusione, ho sudato come Adinolfi durante una maratona arcobaleno, ho iniziato a parlare correntemente le lingue di tutti i presenti, ho mangiato per asciugare (asciugare il formaggio fuso???) mezzo chilo di arachidi crude e, una volta finalmente a letto, mi è sembrato di stare su un Tagadà gestito da un rom sotto acidi. L'unica certezza è che le mie coronarie non hanno gradito.

Sabato scorso abbiamo vissuto, con Francesco e il nostro resident musicista Dany, un'avventura che di per sé è un perfetto spaccato della nostra vita qui a Tarrafal.
Avendo in programma appunto per sabato un cocktail party, siamo andati in settimana a prenotare il ghiaccio che avremmo poi ritirato poche ore prima dell'inizio della serata. Tutto a posto, tutto combinato, tutto ok.
Se non fosse che alle 19:30 il ghiaccio non c'era perché, come il tizio col quale ci eravamo accordati ha premurosamente voluto informarci, era già stato venduto. Con il solito savoir faire che mi distingue, gli ho domandato perché non avesse mantenuto il suo impegno con noi, al ché, imperturbabile, mi risponde che saremmo dovuti passare la mattina e avremmo trovato il ghiaccio. Pieno di amore per lui, per tutta la sua ascendenza compresa quella defunta, e per la sua progenie che immaginavo già in preda a malattie non letali ma sicuramente disturbanti, gli ho fatto notare che il ghiaccio dalla mattina alla sera si sarebbe probabilmente sciolto in virtù dei 35 gradi dell'estate capoverdiana. Dopodiché la conversazione stava abbandonando la comunicazione verbale per spingersi verso quella gestuale, quindi siamo andati via accompagnati dalla schiera di Santi che avevamo invocato quali testimoni imparziali.
Dove trovare quindi 40 kg di ghiaccio, in Africa e alle 8 di un sabato sera?
Abbiamo iniziato un pellegrinaggio da uno, che ci mandava da un altro, che cercava di rimandarci dal primo per poi convogliarci verso un terzo, che non ne aveva ma aveva sentito dire che forse un cugino di un suo amico aveva una conoscente che vendeva il ghiaccio che al mercato mio padre comprò.
E siamo infine giunti a casa di Dona Joana che ci ha condotti, scortati da una torma di bimbi chioccianti, su un terrazzo, passando per rampe di scale buie e pericolanti. Giunti in cima, scartando un paio di adolescenti che si stava facendo la doccia vestiti attingendo l'acqua a secchiate da una cisterna, siamo arrivati in uno stanzino che mandava un appetitoso profumo di formaggio di fossa (solo dopo abbiamo scoperto che erano stipati lì secchi e secchi di cibo per maiali... sicuramente tutta roba di qualità!).
Joana svuota un freezer a pozzetto scagliando letteralmente fuori decine di pesci congelati del peso di almeno 5 chili e alla fine, sotto sotto, trova il ghiaccio, prodotto congelando bottiglie e bottiglioni di acqua. Nemmeno se avessimo trovato il Graal sarei stato così felice. Anche perché, probabilmente, sarebbe stata una ricerca più facile!

Dei partecipanti alla festa di sabato, nessuno è venuto a lamentarsi per eventuali dolori di pancia. Anzi, a ben pensarci, non abbiamo più visto nessuno.
Alla prossima.

sabato 16 luglio 2016

Diario di Viaggio. Parte 1

Benché avessi qualcosina da scrivere in questo blog, non ho potuto farlo prima di adesso in quanto mi sono trovato senza computer né internet; oggi come oggi combinazione più rara di un Luca Giurato che azzecca la combo congiuntivo+condizionale.
Sono rientrato ieri da una pausa di una ventina scarsa di giorni trascorsa tra l'Italia e la Francia; sono al lavoro, così mi risposo.

Dopo pochi giorni dal mio arrivo in Italia sono andato con mio fratello in Puglia, dove mia mamma ormai passa gran parte dell'anno. La Puglia del bellissimo Salento? No. La Puglia di Polignano a Mare? Neanche. Otranto, Altamura, Lecce? No, no e no. La Puglia dell'incredibile Gargano? Quasi ma no.
San Severo.
Che, in quanto città che mi ha visto venire alla luce, gode di tutto il mio affetto; ma dove, comunque, ogni giorno il mio scarso spirito di sopportazione è stato messo duramente alla prova. E dico questo non perché venga trattato male, tutt'altro! Sono veramente accudito come un principe, ma per chi come me è abituato alla totale indipendenza, l'amore dei parenti che ti dicono cosa mangiare, quando mangiarlo e quanto mangiarne talvolta è soffocante. Soffocante soprattutto se abbinato ad una temperatura che non ti permetteva di uscire di casa da mezzogiorno alle 19:00 e che la notte non ti dava tregua obbligandoti a dormire con le finestre aperte. Per la cronaca, dopo una notte di insonne meditazione ho potuto stabilire in maniera incontrovertibile che a San Severo non esiste un solo motorino con la marmitta originale; a breve pubblicherò uno studio su "Quattroruote".
Ho guardato con la mia famiglia la partita Germania-Italia vinta ai rigori dai crucchi. Saremo stati una ventina ma, democraticamente, ognuno criticava un diverso giocatore della nazionale. Non bastando i titolari in campo, qualcuno ha dovuto ripiegare e inveire contro giocatori della panchina e qualcuno addirittura con chi in nazionale non gioca più. Ad un certo punto sono certo di aver sentito distintamente "Collovati, ma allora sì strunz!"
Nel mentre consumavamo pizza pari alla produzione annuale di Pizza Hut Canada.



Con i miei zii si può parlare di tutto: politica, calcio, situazione economica mondiale, Isis, attualità. Sono fantastici e preparatissimi. Ma il mio zio preferito si è avventurato nello sdrucciolevole ed insidioso cammino di "Luigi, hai 40 anni, la donna giusta, i nipotini, il matrimonio"; mi è bastato mostrare le foto di qualche mia amica capoverdiana per uscire di scena con l'eleganza di Gene Kelly!
Nota non insignificante: Freccia Rossa Milano-Foggia puntuale, con aria condizionata funzionante, tutto perfetto. 

Dopo esser tornato dalla Puglia mi sono spostato a Parigi per qualche giorno. Nei paraggi della città, e più precisamente nei villaggi di pertinenza Disney, vivono i miei amici Alessia ed Enrico ed amo sempre andarli a trovare. A sto giro, per una congiunzione di eventi più rara del passaggio della cometa di Halley o di un rigore fischiato contro la Juve, i miei amici di infanzia Giorgio e Carlo sono venuti con me trasformando la trasferta in un vaso di Pandora (ma senza la Speranza). Giusto per capirci uno dei due, non dico quale, è stato a lungo soprannominato Satana. Ora è peggiorato. E tra i due è il migliore. Per intenderci, siamo riusciti ad accapigliarci con gli zingari in metropolitana!




Come sappiamo la Francia sta passando dei giorni delicati; noi abbiamo ben pensato di andarci nel week end della finale dei Campionati Europei di Calcio.
Sulla bontà della scelta abbiamo avuto modo di rifletterci da subito; alla frontiera tra Italia e Francia sono saliti sul TGV sei poliziotti per vagone controllando tutti i documenti. Inoltre la Farnesina ha avuto la delicatezza di mandarmi l'sms con i contatti in caso di emergenza, giusto così! per non allarmare nessuno. Devo dire che ho girato molto nella vita ed è la prima volta che mi arriva un sms del genere e, per giunta, IN FRANCIA.



Comunque la tensione è stata ripagata nel migliore dei modi con un bellissimo regalo, confezionato e consegnato dal Portogallo. Dopo una giornata passata in mezzo a francesi che facevano caroselli, compravano magliette, giravano con i volti pitturati, le bandiere sventolanti, le trombette da stadio... ebbene, vederli perdere per un gol nel secondo tempo supplementare è stato un epilogo che non potevo veramente immaginare migliore!
I caroselli con le macchine van fatti dopo la partita, mai prima!
Insomma, satolli di soddisfazioni sportive, di foie gras, di baguette, di lumache, di croissant, dopo esser stati raggirati dai menù fissi dei "Restaurant Pour Tourist Boccalon" (menù 10,90 € senza bevande + 1 birra 8 €), aver spintonato bambini per avere i posti migliori nelle giostre ad Eurodisney, aver camminato dozzinaia di chilometri, ci siamo avviati con la pace nel cuore verso i rispettivi aerei (in 3, 3 voli differenti!).
Ma di questo parlerò nel prossimo post.

Oggi sono rientrato al lavoro. Il mio dottore, bravissimo e molto responsabile, mi ha detto l'altro ieri che se alle prossime analisi del sangue non sarà convinto dal mio colesterolo, mi aggiungerà una pastiglietta a colazione. Considerando che ne prendo già due per la pressione, preferisco non rischiare, anche perché tra un po' dovrò magari ricorreree anche a quella blu.
Quindi categoricamente: dieta! Per fortuna qui il pesce è buonissimo!
Qualcuno sa se la birra contiene colesterolo?

giovedì 23 giugno 2016

La relatività del tempo.

Sabato scorso è giunto qui a Tarrafal il mio amico Massimo Monopoli, tecnico di calcio e futsal, per tenere un corso di formazione rivolto agli allenatori o aspiranti tali della zona. L'evento ha riscosso un discreto successo, tant'è che ci sono diversi tecnici che si sobbarcano mezz'ora di viaggio, andata e ritorno, due volte al giorno, per seguire le lezioni.
Oltre ad essere un tecnico ed un tattico molto preparato, Max è anche una persona estremamente simpatica e sta rallegrando con la sua frizzantezza le giornate mie e di Francesco. Non che possiamo definirci tristi, tra mare, sole, palme, cocktails, pesce fresco...


Quando lavoravo nei villaggi come schiavo, assunto con contratto Co.Co.Co-Gurugurugu-Qua-Qua secondo il decreto legge PippoFranco1998; quando lavoravo nei villaggi, dicevo, un mio ex responsabile, Fabio Gerbi detto "Lopez" (mai saputo perché!!!), disse queste parole che ancora ricordo: "Il ritardo di un'ora lo posso tollerare, perché succede a tutti di rimanere addormentati, ma capita una volta sola. Il ritardo di 5 minuti sistematico non lo tollero, perché è mancanza di rispetto e significa fregarsene!".
Chissà cosa direbbe a proposito del ritardo sistematico di un'ora...
Mi sono già espresso in maniera veloce sulla scarsa puntualità del popolo crioulo, ma devo dire che ancora dopo un anno mi trovo a sorprendermi dell'assoluta costanza, impegno e abnegazione che profondono nell'arrivare in ritardo. Ne ho parlato più volte col mio amico Andreas, ma lui non può fare testo. Lui è svizzero-tedesco quindi, nel mio immaginario, una figura mitologica che incrocia un uomo con un orologio nucleare e con un reattore del CERN. Lui mi ha insegnato un modo di dire della sua terra: "Puntuale è già ritardo" (cioè se hai una riunione alle 8 e arrivi alle 8, la riunione inizia in ritardo). Nessuno si stupisce se questa frase è intraducibile nella lingua di Capo Verde.
Farò degli esempi random per capire di cosa si sta parlando.

A gennaio vengo contattato da un deputato locale che, per conto della segreteria del primo ministro riserva un aperitivo per una trentina di persone in occasione della visita del capo del governo portoghese (credevo che fosse Mourinho, ma mi sbagliavo).
Praticamente sarebbero dovuti passare in Municipio per poi arrivare qui verso le 13, bere un veloce cocktail, mangiare qualcosa dal buffet di stuzzichini e andare via rapidamente per pranzare in un'altra località.
Alle 9:30 iniziamo a preparare il buffet. Alle 10:30 arriva la polizia e prende posizione in luoghi strategici all'esterno del ristorante. Alle 11:30 arrivano due poliziotti in borghese che fanno un sopralluogo all'interno, controllano i locali, i bagni e dicono che è tutto a posto. A mezzogiorno entra un poliziotto e dice che i ministri sono arrivati a Tarrafal. Tre quarti d'ora dopo, entra a dire di tenerci pronti che stanno arrivando (si sentono applausi, clacson, rumori di insensato entusiasmo in lontananza). Alle 14 ci accorgiamo che i poliziotti se ne sono andati. Dalle 14:30 alle 15:00 il deputato si nega al telefono.
A giugno non si sono ancora visti né loro né, tanto meno, i soldi che ci devono.

Secondo esempio: al ristorante stiamo cercando di selezionare una band per fare una ulteriore serata di musica dal vivo ed abbiamo identificato in un gruppo di giovani, la cui musica è dinamica e allegra, una possibile scelta.
Io e Francesco parliamo col loro cantante e combiniamo un appuntamento per una data a SUA discrezione; il fenomeno non si presenta. Lo rivediamo, gli spieghiamo quanto sia importante per noi rispettare gli impegni ("se facciamo pubblicitàm i clienti si aspettano la musica e voi non arrivate, facciamo brutta figura"). Lui si scusa, ci da un altro appuntamento al quale, per coerenza, non si presenta. Mi telefona dopo due giorni e, senza parlare minimamente del bidone tirato, mi chiede di patrocinare una sua attività. Dice che sarebbe passato il giorno dopo ma, ligio ai suoi principi, non si fa vivo. Si presenta però al ristorante direttamente sabato sera alle 21, ovviamente il momento migliore per ottenere l'attenzione di due ristoratori. Lo rimandiamo dicendogli di farsi vivo il lunedì. Chi l'ha visto? Proviamo allora a trattare con l'altro cantante che esordisce dicendo: "non dovete parlare con l'altro, è inaffidabile", continua dandoci appuntamento e conclude non presentandosi.
Decidiamo di delegare completamente a Dany, il nostro consulente artistico, la gestione della cosa. Lui parla chiaramente con i ragazzi (e senza barriere linguistiche) e ieri finalmente avevamo in programma per la prima volta una serata di musica dal vivo con questi ragazzi a partire dalle 20.
Il primo si presenta alle 20:20, il secondo alle 20:35, il terzo alle 20:45 e noi, mettendo tutti d'accordo, li mandiamo via alle 20:50.

Non vado avanti, per non innervosirmi. Va da se che non UNA delle lezioni di Massimo è potuta iniziare puntuale. Anche perché la "cultura della cortesia" di questo popolo impedisce loro di dire di no. Ieri per esempio, avevano già deciso di saltare la sessione del pomeriggio per guardare la partita del Portogallo agli Europei di calcio, ma senza dirglielo! Semplicemente, avrebbero lasciato Max sul campo ad aspettarli sotto il sole rovente.

A proposito di gestione morbida del tempo. Mi ritrovo in mano un biglietto della Tap, uno de Easyjet e uno di Trenitalia. Una combinazione che sta al ritardo come la scala reale sta al poker.
Imbattibile.

domenica 22 maggio 2016

La fine della civiltà.

La domenica può essere un'occasione di svago qui a Tarrafal: portare la famiglia al mare, pranzare insieme magari grigliando, bersi una birra con gli amici.
Purtroppo non tutti possono economicamente permettersi un programma del genere e i meno abbienti ripiegano su soluzioni alternative. Gli abitanti della "casa occupata" sita di fronte alla mia, per esempio, hanno ormai un format rodato: qualcuno mette musica a palla dalla mattina presto (Adele e altri cantanti strappamutande spopolano), e poi tutti si trasferiscono nello spiazzo antistante dove bevono grogo, giocano a pallone, bevono grogo, mangiano, fanno giocare i bambini, bevono grogo, urlano e litigano e per finire bevono grogo fino a notte.
Questo per dire che a casa mia di domenica non si riposa un cazzo.


Nell'anno e mezzo che ho trascorso qui, e in particolare da quando ho aperto il ristorante, ho avuto una posizione privilegiata per osservare un altro aspetto culturale dei criouli e paragonarlo a ciò a cui ero abituato. In pratica: che cosa bevono i capoverdiani?
Ammetto che la mia prima preoccupazione circa l'argomento bevande riguardava piuttosto i turisti nord-europei; veder mangiare un bel filetto di tonno grigliato o una bisteccona bevendoci su del cappuccino avrebbe scosso dalle fondamenta tutto ciò in cui credo. Ma ho notato che in realtà questi ex-barbari si sono ormai civilizzati, anzi, in un ristorante italiano pretendono il bicchiere di vino buono così come il caffè espresso o la grappa.
I capoverdiani invece no.
Innanzitutto loro molto spesso cominciano il pasto senza ordinare bevande; iniziano a mangiare e poi solo dopo qualche boccone chiedono da bere. E, mioddioddioddio, cosa chiedono!
Devo sottolineare che qui come in altri luoghi africani in cui sono stato, vanno per la maggiore bevande dolcissime che qui chiamano "sumo", cioè succo! Solo che specificano tra sumo con gas (Coca Cola, Fanta, Sprite e la famigerata Fanta alla fragola, più altre zozzierie all'uva o al mirtillo) e sumo senza gas, i succhi di frutta in bottiglietta come i nostri.
E qui si compie l'abominio, l'aberrazione, la discesa negli inferi del gusto. Se dovessi dire quale è la bevanda più bevuta come accompagnamento ai pasti, direi che è il succo di frutta alla pera. Un accostamento che in confronto Oscar Giannino sembra Enzo Miccio!
Cioè, il succo di pera!!! Per me non potrebbe accompagnare nemmeno un piatto di topo fritto! Ma de gustibus non est di sputare!
Qui vendono anche un'altra bevanda analcolica chiamata "malta", aromatizzata col malto e praticamente priva di calorie; anche questa si vende bene, probabilmente per il suo sapore dolciastro. A me non piace, vista l'assenza di alcol. E di calorie.
Di birre ce ne sono praticamente due: una nazionale, che si chiama Strela, piuttosto classica e anonima, ma facile da bere e che esiste in altre due versioni, la Criolua e la Preta. L'altra è la portoghese Superbock, che, appena appena si scalda un po', diventa a mio avviso imbevibile. Ovviamente tutti i turisti stranieri bevono la prima, mentre tutti i ragazzi locali la seconda, secondo le strane alchimie che ogni cultura produce.
Acque in bottiglia di tre marche, quella gasata bevuta solo da stranieri.
I vini: qui esiste una produzione di vino nell'isola di Fogo, della quale ho già scritto in precedenza. Il bianco, servito ben fresco, è piacevole da bere e sa di vino bianco; in pratica, assolve pienamente al suo compito. Il rosso invece è un po' più dimenticabile, ma ricordandomi dove ci troviamo direi che è comunque un prodotto più che sufficiente.

La nostra squadra, la Varandinha, ha vinto il contro ricorso e abbiamo avuto accesso alle fasi a girone delle finali nazionali. Io e Francesco siamo apparsi anche in televisione e, contro ogni ragionevole previsione, non nella sezione cronaca nera,
Avanti così!


P.S. Oggi ho visto una scimmia mangiare un chupa-chupa. Così, per rendervi partecipi.

giovedì 12 maggio 2016

La domenica sporchina.

Le giornate qui a Tarrafal si susseguono a ritmo lento e sonnacchioso. Ma l'estate incalza, il clima è ideale, i tramonti tolgono il fiato e le notti stellate... Mamma mia cosa sono le notti stellate qui. Senza inquinamento luminoso, senza condomini, senza smog, ogni notte si vedono tutte le stelle... io non le ho contate, ma credo siano davvero tutte!


Il nostro ristorante è, da qualche mese, lo sponsor di una squadra di Tarrafal,  la G. D. Varandinha, che partecipa al campionato regionale di Santiago Nort. Praticamente il presidente e fondatore, un ragazzo di nome David, simpatico e competente (è avvocato dello sport in Portogallo), ci ha chiesto se eravamo disposti a provvedere al pasto dei giocatori prima degli incontri.
Vista la mia verde età, sono ancora freschi i ricordi della mia promettente carriera calcistica. Per chi non lo sapesse, tra le risaie ero considerato (da me stesso) l'erede di Branco. Ovviamente questo BRANCO, non questo BRANCO.
Insomma, l'idea non ci dispiaceva, ma nemmeno ci esaltava. Alla fine, comunque, abbiamo accettato; il risultato è stato che io e Francesco siamo diventati i due più accaniti tifosi di una squadra davvero molto seguita ed amata.
Come dicevo, la Varandinha partecipa al campionato regionale; le vincenti di tutti i campionati regionali si incontreranno in una fase a gironi che porterà alla finale e a proclamare i campioni nazionali.
Quando abbiamo iniziato la nostra partnership, Varandinha era seconda dietro a una squadra che si chiama "Scorpioni Rossi"; dopo una serie di rocambolesche partite, ci trovavamo a due giornate dalla fine avanti di 4 punti sugli Scorpioni ai quali pero', avendo vinto entrambi gli scontri diretti, sarebbe stato sufficiente arrivare a pari punti per aggiudicarsi il titolo.
Significava che ci serviva almeno una vittoria su due partite.
La prima, in trasferta a Calheta, l'abbiamo buttata al vento: in vantaggio di due gol, ci siamo fatti raggiungere ed è finita in parità. Gli Scorpions hanno vinto a tavolino perché l'altra squadra, benché fosse in lizza per un piazzamento play off, non si è presentata.
Affrontavamo quindi l'ultima partita in casa, con le tribune esaurite e con il tifo di tutta Tarrafal.
Io e Francesco siamo arrivati un po' in ritardo, per via del lavoro, e troviamo questa situazione: noi con un espulso dopo 10 minuti e con l'obbligo di vincere perché anche questa domenica gli avversari degli Scorpions non si sono presentati. Strano e a dir poco sospetto.
La partita è molto emozionante; i nostri giocatori sono una legione di nerboruti marcantoni in cui il più piccolo potrebbe fare il buttafuori; inoltre anche la tecnica individuale non è affatto male. Gli avversari formano una squadra di tutto rispetto, che se la gioca fino alla fine senza perder tempo e senza accontentarsi del pareggio.
Segniamo in maniera fortunosa a 10 minuti dalla fine e, dopo una traversa degli avversari e qualche altra sofferenza, l'arbitro fischia la fine e in campo inizia la festa!
Festa che prosegue per tutta la notte con tutti i giocatori su un camion che girano per Tarrafal inneggiando a Varandinha, a VistaMare, a Francesco e a me. E quando ho sentito cantare "Luigi, Luigi, Luigi..." ammetto di essermi commosso, probabilmente perché nella vita non ho mai vinto nemmeno alla tombola con i parenti.

Ma lo scorpione, si sa, ha il veleno nella coda, e a seguito di un ricorso per una partita giocata mesi fa, sono stati attribuiti ai nostri avversari 3 punti d'ufficio; punti che li portano davanti a noi e che li rendono momentaneamente campioni.
David, che di cose di sport se ne intende, è certo della erroneità della decisione e si sta battendo per riportare le cose verso il giusto epilogo. Staremo a vedere. Mannaggia a loro.

Sto scrivendo con un computer nuovo, che purtroppo ha qualche problema: per esempio, è più inchiodato di Gasparri davanti alle tabelline. Inoltre è francese; ora ai francesi non bastava mangiare le rane, parlare con la erre moscia e ignorare l'esistenza del bidet. No!
Non paghi, dovevano anche avere le tastiere con le lettere messe ad minchiam!
Quindi la A e la Q invertite, la M che non sta dove deve, la O accentata che non esiste, i numeri che sono tutti sballati.

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venerdì 29 aprile 2016

Un po' di diario.

Con grandissimo dispiacere, ci siamo accorti che il nostro gatto Moko (che in crioulo significa "ubriaco"), non ha più fatto ritorno a casa da una delle sue piccole escursioni fuori porta. Le ipotesi sono due: può esser stato sbranato da uno dei tanti cani randagi, che più di una volta abbiamo visto inseguire i gatti e, in un caso, addirittura un capretto.
Oppure, più probabile, può esser stato rubato da qualcuno che se l'è portato a casa; non è infrequente infatti che, sebbene le strade siano piene di cuccioli abbandonati, queste teste di cazzo decidano di prendere animali già cresciuti e curati da altri.
E scusatemi il francese.
Nel dubbio, oggi ho portato a casa l'ennesimo gattino, che ha però avuto un impatto poco entusiasta con l'ambiente e che continua a frignare. Per continuità io lo chiamerei Tafkap, ma voglio sentire cosa ne pensa Francesco. Questo 2016 si sta portando via artisti a profusione, ma non a sufficienza da dare il nome a tutti gli animali che stiamo cambiando!


Da qualche giorno c'è qui anche il mio amico Enrico, socio mio e di Francesco nel Restaurante VistaMare. Era già stato a trovarmi, ma in un periodo un po' particolare dal punto di vista climatico (in pieno uragano!!!). A questo giro, nelle pause dal lavoro, ha avuto quindi modo di apprezzare e di capire quello che Tarrafal offre, a livello di natura, di vita, di società.
Un classico che rinfranca il cuore è la visita ai bambini dell'asilo per portar loro qualche caramella. Non stiamo parlando di bambini poveri, almeno per come può essere inteso qui il termine. Ma sono bambini bellissimi, gioiosi e pieni di moccio, che ormai mi accolgono chiamandomi per nome e sfornando sorrisi che, mannaggia, bisogna viverlo per capirlo.
Mentre stavamo distribuendo le caramelle, si svolge un piccolo dramma: una bambina, per una dinamica che solo la fisica dei bambini può spiegare, è rimasta incastrata con la testa tra la seduta e lo schienale della sedia. In pratica, la seggiolina le fungeva da scomoda collana.
La bambina piangeva, la maestra farfugliava, gli altri bambini rumoreggiavano, e quindi io ed Enrico abbiamo fatto la cosa che ci sembrava più logica: abbiamo cercato di liberare la bambina parlandole, nel frattempo, per tranquillizzarla.
La maestra allora, con un colpo di scena degno di Tarantino, ha ritenuto saggio portare tutti i marmocchi in un'altra stanza, lasciando noi due da soli con la bambina; le sue ultime parole prima di chiudere la porta sono state: "vado a cercare qualcuno che possa segare il ferro della sedia!".
Siamo rimasti stupefatti: per noi è incredibile che venga reputato normale lasciare una bambina di 4 anni da sola con due estranei... ci immaginavamo già irruzione di agenti armati di spray al peperoncino! Ma, una volta che abbiamo capito che non saremmo stati arrestati, abbiamo semplicemente deciso di smontare la sedia.
Come dice l'aforismo Facebocchiano: "Quando una nave sta affondando, si mettono in salvo prima le donne e bambini, in modo che gli uomini possano, nella ritrovata calma, risolvere il problema". Tempo due minuti, la bimba era libera e noi, eroi per qualche minuto, siamo tornati soddisfatti alle nostre occupazioni.

Qualche giorno fa un tragico evento ha scosso Capo Verde e, più in particolare, l'isola di Santiago dove vivo. Tre civili sono stati trovati morti nei pressi di una installazione militare; tutti i soldati risultavano scomparsi e, solo in un secondo momento, sono stati ritrovati privi di vita, per un totale di undici vittime.
All'appello mancava un militare, che risultava da subito essere il maggiore indiziato dell'eccidio. Il giorno successivo è stato catturato e darà quindi la sua versione al tribunale, probabilmente militare, che lo ascolterà.
In quei due giorni si sono succedute decine di voci poi smentite dal portavoce del Ministro degli Interni: attentato terroristico, regolamento di conti da parte di narcotrafficanti ai quali sarebbe stato sequestrato un carico importante di droga, motivi passionali. Insomma, tantissime versioni prive di veridicità ma figlie del chiacchiericcio di questo popolo così pettegolo.
Di sicuro non è una maniera felice, per il nuovo Governo, di iniziare quella che molti sperano sia una nuova era per Capo Verde.


La cagna dei miei vicini, o meglio, la cagna che bazzicava dalle parti di casa mia, ha sfornato 6 cuccioli e poi è sparita. Due cuccioli, i più forti, sono stati da subito "rapiti", verso, si spera, una buona vita.
Io e Francesco, facendo onore al Santo dal quale il mio amico prende il nome, ci stiamo facendo carico di crescere gli altri. Che sono scesi ormai al numero di tre, perché uno è stato purtroppo investito da una macchina.
Sono brutti, malaticci e gracili, ma pieni di spirito combattivo. Vedremo chi avrà ragione!

Quello sopra è il tramonto di ieri. Tarrafal sa essere magnifica.