martedì 23 giugno 2015

Una giornata perfetta.

Mi capita ogni tanto di leggere su Facebook degli stati che recitano più o meno così: "Basta, mollo tutto e vado ad aprire un chiringuito su una spiaggia deserta". Nella mia vita ho avuto una sola esperienza di chiringuito, quando lavoravo in Messico; il mio amico Fabio mi ci ha portato in una pausa pranzo, via mare col gommone, disertando il ristorante del villaggio. Abbiamo mangiato un taco e bevuto talmente tanta cerveja che il nostro rientro è un mistero del mare secondo solamente al triangolo delle Bermude.
Da quel poco che ricordo, però, un chiringuito è un'attività commerciale, e come tale ha bisogno di clienti. Sicché l'idea della spiaggia deserta sarà anche romantica, ma non è proprio da mago del business.
La voglia di fuga e di relax tropicale, lontano da tutto e da tutti, si è oggi per me realizzata in maniera sublime.

Oggi a Tarrafal c'erano 37 gradi ben ventilati, un sole stupendo, cielo terso e spiaggia deserta. Sono andato a pranzo in uno dei ristoranti a me cari, direttamente su quella che è chiamata "spiaggia del Presidente", perché pare che fosse una volta riservata all'autorità.
Non c'era anima viva, tutta la spiaggia per me, tutto il ristorante per me.
Caldo, silenzio, rumore delle onde. Birra.
Oggi qui era veramente il paradiso, impossibile descriverlo meglio di così.


Mentre decidevo cosa ordinare (il tonno fresco grigliato era il candidato favorito nei sondaggi), si avvicina un ragazzo dalla spiaggia, che scopro essere un pescatore di aragoste. Ne ha tre, ancora vive.
Mi chiede "Ti interessano?" faccio una faccia di circostanza che non ingannerebbe un bambino e rispondo "Forse. Quanto vuoi?" "20 € l'una"
Gli offro 5 € e, crepi l'avarzia!, con dieci euro ne prendo due che spariscono nei meandri della cucina per prepararsi a terminare la loro esistenza nel mio stomaco, con buona pace dei vegani. Che rispetto, come rispetto tutte le filosofie, i credo e le religioni del mondo tranne quelle che mi suonano al citofono la mattina.

Due carapaci e tre bottiglie vuote dopo, quando già intravedo l'incubo del ritorno a casa sotto il sole, un angelo viene in mio soccorso assumendo le forme di una venditrice di noccioline americane. Così trascorro un'altra mezz'oretta all'ombra, sgranocchiando.
Ma ormai non ho più scuse: mi tocca affrontare la canicola per tornare a casa. Nel tragitto, davanti ad una casa incontro una bellissima bambina, che si chiama Alicia e che già conosco, che gioca con un cucciolo, dall'appropriatissimo nome di Ice (sai mai che cambia il tempo!). I due insieme sono uno spettacolo bellissimo, quasi commovente, e mi fermo a giocare con loro mentre le parenti della bimba mi offrono un succo di frutta.
A casa ho ancora dei palloni che ho portato da casa, ne vado a prendere uno e lo regalo ad Alicia.
Lo so che non è bello, lo so che non aiuta l'economia, lo so che per far del bene ci sono mezzi migliori. Però il sorriso di un bambino, perdiana!, è sempre il sorriso di un bambino e poiché è l'acquisto migliore per qualità-prezzo che si possa fare, sticazzi!


Oggi è stata una bella giornata. sono stato bene e mi sento felice. Tornando a casa nel pomeriggio, mentre incrociavo gli alunni che tornavano da scuola, una bambina che avrà avuto 7 anni allunga la mano per darmi il cinque. E con questo, sono in grado di sopportare anche il tacchino dei miei vicini che urla come se lo stessero scannando. Magari.

venerdì 19 giugno 2015

due-punto-zero

Qualche giorno fa mi trovavo in un bar a bere un caffè con un amico capoverdiano quando la radio, una delle poche che trasmettono anche brani internazionali, manda Nek con "Lascia che io sia" in versione spagnola. Poiché si stava parlando di musica, dico al mio amico:
"Per esempio, Nenè, questo cantante è italiano"
Mi risponde: "No, si chiama Nek ed è colombiano"
Ed io "No, davvero, è emiliano"
E Nenè "Non si chiama Emiliano, si chiama Nek, lo stanno dicendo proprio adesso".
E mentre lo speaker gli dava ragione, non ho trovato le parole per replicare.


Rispetto a qualche anno fa, andar via di casa ha ben altro sapore. I mezzi tecnologici hanno davvero accorciato le distanze, per usare un'espressione trita e ritrita.
Vedo per esempio mia mamma con una certa costanza su Skype sicché quando ci si rivede di persona, non sembra nemmeno di esser stati divisi così a lungo. E tutte le sere, con mio fratello e mia sorella nel nostro gruppo di Whatsapp, ci scambiamo la buonanotte con conversazioni in copia-incolla dal giorno precedente.
Sempre su Whatsapp ho commentato in tempo reale con un gruppo di amici, come se fossimo sul medesimo divano, la recente disfatta della Juventus in Champions League. E tramite Facebook, per la medesima occasione, mi sono preso più insulti di quanti ne avrei beccati stuzzicando Sgarbi in diretta TV.
Beh, pochi anni fa (pochi???) non era così.
Nel 1999, quando ero a Zanzibar, mio papà ha avuto la malaugurata idea di mandarmi via fax la pagina di un quotidiano riportante una notizia che mi interessava. Venti minuti e ventiquattromila lire dopo, mi arrivava un foglio completamente nero ed illeggibile; non ho mai avuto il cuore di dirglielo!
Partire per la stagione significava tagliare i ponti per mesi, senza praticamente sentire nessuno (i cellulari non erano ancora in auge), e senza condividere quello che facevi per mesi e mesi. Al limite, carta, penna e francobolli... E considerando la qualità di ciò che si condivide adesso, non era poi  tanto male!
Oggi è davvero tutto immediato. Ho saputo di un lutto al mio paese prima dei miei amici che ci vivono ed oggi ho praticamente partecipato in tempo reale, con foto e messaggi, al matrimonio di Elisa e Damiano (che sarebbero stati felici di avermi con loro, ma che hanno con la mia assenza risparmiato un millino di euro di alcolici!).

L'altra notte, svegliatomi per andare in bagno, mi sono accorto con sorpresa che mi avevano montato il bidet, a mia insaputa. Riscossomi un po' dal sonno, notavo sconcertato il colore rossastro del sanitario, nonché le lunghe antenne e le zampe mobili e vivaci. Ho chiesto scusa per non aver bussato e sono andato nell'altro bagno. Non sapevo di avere Samsa come coinquilino. Quando lo rivedrò gli chiederò la sua parte di affitto.

mercoledì 10 giugno 2015

Melting pot.

Il mio amico Andreas, dopo sei anni trascorsi senza una vera e propria vacanza, ha deciso di approfittare della bassa stagione turistica e di prendersi tre settimane di ferie. Si concederà un break in un posto di mare, esotico, lontano... Capo Verde. Lo svizzero ha bellamente deciso di trascorrere 20 giorni a Boavista, ospite sulla barca di un suo amico. Poverino, mi fa quasi tenerezza. Io, nel dubbio, ho deciso di spostare il mio ufficio e di lavorare dal terrazzo di Casa Strela, con questo panorama. Devo dire che, nell'ultimo mese, i miei problemi di pressione alta si sono notevolmente ridimensionati... Certo, anche una finestra sul grigio cielo milanese, con in sottofondo i melodiosi rumori del traffico, ha il suo fascino, ma non si può avere tutto.


I capoverdiani vivono in un'area di influenza culturale diversa dalla nostra. Mi spiego.
Nella mia ristrettezza mentale, di uomo occidentale cresciuto in un paese filo-americano, ho sempre dato per scontato che esistessero dei valori "globali"; personaggi, brand, artisti che, per la loro fama, fossero conosciuti in tutto il mondo.
Mi sbagliavo, e di grosso.
Ho iniziato ad accorgermene parlando di musica e dei Queen. Personalmente non credevo che esistessero persone che non conoscessero Freddie Mercury, ed invece è così. Mi dicevo poi "A maggior ragione poiché è nato in Africa" (come se un lituano dovesse per forza conoscere Nico Fidenco perché è nato in Europa... mmm... non so se il paragone è calzante).
Nulla. Freddie Mercury è sconosciuto. Proviamo con un nome che sicuramente conoscono: ho comprato qui delle tazze per la colazione con Snoopy, conosceranno i Peanuts! Macché! Sarò più specifico. "Conosci Charlie Brown?" "Sì, questo nome l'ho già sentito! Si tratta di uno scrittore?".
Spero che non si tratti di Dan Brown perché sarebbe una beffa che, con tutte le cose che qui non arrivano, facciano eccezione dei romanzi così inutili.
Ho provato con altro: Amazon, George Clooney, Leonardo Di Caprio. Nulla.
Questo non è per dire che siano ignoranti, perché non è così e non lo penso. Solo che le loro aree di influenza culturale sono differenti dalle nostre.
Per esempio, amano la musica colombiana, mentre io della Colombia conoscevo solo altre produzioni non discografiche. Oppure la musica angolana. Che per noi "Angola" nel migliore dei casi è uno stato africano non meglio localizzato. Nel peggiore, una canzone di De Crescenzo.

La scorsa settimana, a Praia, sono entrato in una farmacia per cercare fermenti lattici, che qui sono difficilissimi da trovare.
Questa farmacia li aveva. Una scatoletta costava 25 € e scadeva il giorno dopo. Glielo faccio notare, ma mi rispondono, col tono di chi insegna ad un bambino un po' tonto una cosa ovvia, che la data di scadenza di un medicinale è un consiglio e di non farci caso. Grato per questa nuova perla, non li ho comprati.
Non ho potuto fare a meno di notare, però, una scatoletta nera che faceva bella mostra di sé, unica e solitaria e con aria minacciosa, su uno scaffale in una vetrinetta chiusa a chiave. Sopra c'era scritto "Condom XL".
Le domande hanno iniziato ad affollare la mia mente, ma una su tutte: XL secondo parametri generali o secondo criteri locali? Perché, nel secondo caso, la faccenda diventava quasi terrificante. Ero tentato di chiedere informazioni, ma la presenza della commessa, carina e sorridente, mi ha chiuso un po'. La prossima volta li compro, perché io VOGLIO sapere. Nel peggiore dei casi, faccio un buco per la faccia e mi creo dei keeway economici!

Da un paio di settimane soffro di disturbi alla pancia. Poi, qualche giorno fa, riempiendo dal rubinetto una bottiglia di plastica per bagnare le piante, ho notato che l'acqua scendeva verde. Da allora mi preparo il caffè con l'acqua in bottiglia e sto meglio.
Non male per uno che gira il mondo da ormai 17 anni.

Ora torno a scrivere mails in portoghese. Chissà quante cose imbarazzanti produco, altro che le traduzioni nei menù dei ristoranti cinesi! E, devo ammettere, la cosa mi diverte molto. Cosa c'è di più ingenuo di un povero italiano che dice parolacce e si nasconde dietro la sua ignoranza linguistica?

martedì 2 giugno 2015

Fine settimana creolo.

Qui a Capo Verde si è appena concluso un week end lungo, composto da sabato-domenica-lunedì, perché ieri era la festa nazionale dell'infanzia. Di conseguenza, centinaia di persone si sono riversate a Tarrafal da Praia, la capitale, per sfuggire dalla calura e per trascorrere un fin de semana di mare, con la famiglia, sulla spiaggia più bella dell'isola. C'è stata parecchia animazione: un assaggio di quello che succederà d'estate, quando da tutto il mondo rientreranno gli "emigranti" per le ferie.

Da Praia sono anche arrivati cinque amici miei e di Andreas, che sono stati nostri ospiti in questi giorni. Ne abbiamo approfittato per uno "scambio culturale" confrontandoci sulle molte differenze tra la quotidianità capoverdiana e quella europea.
Abbiamo quindi deciso di passare il sabato all'europea e la domenica alla creola.
Non mi dilungo nel raccontare le varie diversità nel modo di trascorrere le feste, anche perché in realtà non sono così accentuate come pensavo. Stare in famiglia, grandi mangiate, qualche scampagnata, giocare con i bambini: le tradizioni locali ben si adattano al mio retaggio meridionale. Anche il fatto di non capire bene la lingua, ma questa è un'altra questione.
Il cibo, ovviamente fa la differenza.

Sabato abbiamo fatto colazione all'europea: caffelatte, biscotti, pane tostato, succo di frutta, uova, marmellata, frutta fresca. Colazione che si potrebbe definire "continentale", e che qui è stata apprezzata, in quanto già conosciuta e sperimentata.
Diversamente è andata per il pranzo. Mi sono sbizzarrito in una versione locale di "fusilli ai quattro formaggi": nonostante la difficoltà nel reperire i prodotti caseari adatti (formaggio giallo olandese, formaggio bianco di Fogo e l'ultimo pezzo di Parmigiano che mi aveva fedelmente seguito dall'Italia), nonché la pasta giusta (sulla confezione c'era scritto "Fussili"), devo dire che il risultato è stato più che dignitoso. Anche Andreas ha gradito. Gli amici del luogo, invece, dopo due forchettate hanno iniziato ad accampare scuse a proposito di una improvvisa quanto inattesa sazietà... ma io sono scaltro e non ci sono cascato! Semplicemente, non gli è piaciuta la mia pasta.
Cena in campo neutro: pizzeria, sempre gradita, e poi a letto dopo una giornata all'insegna dei carboidrati che nemmeno Giorgione Orto e Cucina!

Domenica: colazione al mercato, dove diversi "chioschetti" cucinano fin dall'alba. Specialità Sopa, una sorta di minestrone con carne, in questo caso bovina, dentro la quale è stata cotta della pasta fino a renderla ultra-scotta. Ovviamente, da insaporire con olio piccante. Ancora più ovviamente, da accompagnare con la birra. Il mio fegato ha iniziato quindi a ringraziarmi già alle 9 di mattina.


A pranzo cucina casalinga. Fette di costolette di maiale dapprima insaporite con un pesto di aglio, prezzemolo, peperoncino e non so che altro (credo zampa di drago, ma non sono sicuro), poi cotte in pentola con pomodoro e cipolla. Quando pensavo che fosse pronto, anziché esser servite in tavola, le costolette sono state passate nell'uovo, nel pan grattato, fritte e poi accompagnate da uovo (fritto) e patatine (fritte). Il mio fegato ha chiesto asilo politico in Angola.
Alla fine delle operazioni, i muri della cucina erano talmente impregnati di olio che ci si vedeva attraverso. Purtroppo avevo anche le lenzuola stese, e la notte seguente ho sognato di dormire dentro un cassonetto di Burger King.
La sera, per riappacificarci con il mondo, cena di pesce; non me la sono sentita di aggiungerci altro.


Alla fine è stato un bel fine settimana, che abbiamo concluso ieri portando, per la festa, caramelle ai bambini negli asili. Ho chiesto alla maestra "ne avete tanti?", mi ha risposto "Oggi no, solo 135!".
Mi sono un po' preso male, ma poi mi sono sciolto quando una bimba piccolissima è venuta verso di me con le mani alzate per abbracciarmi. Ho provato un'emozione fortissima, anche se solo per pochi secondi: il tempo di accorgermi che voleva, tenera, solo pulirsi le mani appiccicose di caramella sulla mia maglietta.


sabato 30 maggio 2015

Coi loro occhi.

Come ci vedranno gli stranieri quando siamo a casa loro? Ho sempre avuto questa curiosità, e devo dire che in generale noi italiani abbiamo un'immagine distorta di come siamo considerati all'estero; allo stesso modo di come guardiamo a noi stessi in maniera prevenuta e sbagliata.

L'esperienza degli abitanti di Tarrafal con gli Italiani è piuttosto limitata, se si considerano i nostri connazionali residenti qui. Ne ho contati in tutto 6 o 7, e in una maniera o nell'altra li ho conosciuti tutti anche se non si è creato questo gran rapporto, come tra persone che non hanno voglia di ritrovare qui quello che hanno lasciato a casa. Perché chi è venuto a vivere così lontano dal proprio paese lo ha fatto per un motivo: chi per un lavoro con meno stress, chi per trascorrere una pensione più agiata, chi perché ha trovato l'amore, chi perché ha trovato la droga a buon mercato. Insomma, una colonia che tale non si può definire, di pochi individui ma con motivazioni disparate.
Però diversi locali hanno avuto modo di lavorare a Sal o a Boavista, isole molto turistiche dove la presenza italiana è molto forte; quindi hanno avuto modo di conoscerci e di valutarci.

E devo dire che l'idea che hanno di noi non è affatto male. Ci considerano persone di cuore, generose, socievoli (a differenza di turisti generalmente più asettici, come tedeschi e olandesi). Insomma, piaciamo abbastanza!
Resta radicata l'abitudine dei nostri connazionale di lasciare mance anche importanti quando si viene a conoscenza di situazioni di necessità, e di portare piccoli aiuti sotto forma di regali, soprattutto ai bambini, e questo piace molto. Se lasciassimo per esempio mia mamma nell'arcipelago, nel giro di un anno i bambini, che già hanno un patrimonio genetico di 8 kg di guance, si ritroverebbero a galleggiare sferici tra un'isola e l'altra.

La cultura italiana è praticamente sconosciuta, ma non è difficile immaginare perché. Circa un milione di capoverdiani lavora all'estero, tornando al paese natio solo in occasione delle feste e portando influenze straniere. Quasi tutti da Francia, Svizzera, Portogallo e Stati Uniti. La penisola non è rappresentata, e a parte poche informazioni, quasi esclusivamente calcistiche, non ho incontrato molta curiosità nei confronti dell'Italia. Esiste però una colorita nicchia religiosa che vede il nostro Paese come meta di pellegrinaggio in quanto luogo natale di alcuni Santi molto venerati qui (a Tarrafal, Santa Rita da Cascia spacca!).

La cucina italiana piace, ma non è riconosciuta come tale. I capoverdiani adorano la pasta (massa) e sopratutto gli spaghetti, ma reinterpretati. E male! Considerano una prelibatezza, per esempio, un bel piatto di maccaroni con panna e pollo; io aggiungerei una manciata di crocchette e lo darei al cane, per una sana e corretta alimentazione da cortile.
Uno chef spagnolo che ha un ristorante qui, e che ho sempre e solo visto lucido di sudore (saranno i 120 kg che si porta appresso?), si è vantato con me dei suoi studi di cucina italiana. Ho aspettato per un'ora i suoi spaghetti ai frutti di mare; quando mi ha chiesto se mi erano piaciuti, ho risposto a denti stretti. Credo che in un paese civile, per un piatto del genere ci sia il carcere duro, tranne che in Corea del Nord e Texas, dove di certo gli avrebbero dato la pena di morte.
Giustamente.


Partire dall'Italia e pretendere la pasta buona a Capo Verde non è di certo la cosa più furba del mondo. Ma io non pretendo di essere tale; e poiché io furbo non sono, la giornata è stupenda e su Facebook compaiono le prime foto di prosciuttoni che rosolano sulle sdraie, io vado a spararmi una cerveja in spiaggia.

venerdì 22 maggio 2015

Gamboa Festival Vol. 2

Il Gamboa Festival si svolge su una spiaggia molto grande (e molto sporca!), e vi si accede da ingressi collocati praticamente a ridosso di una rotonda stradale.
Il traffico in zona è quindi estremamente congestionato, nonostante l'intervento della polizia che, a suon di bestemmioni in creolo, cerca di snellire e rendere fluida la circolazione.
Andreas, che ormai ha fatto il callo e non si formalizza, parcheggia bellamente sul marciapiede e si va.

L'ingresso costa 500 escudos, 300 tramite prevendita; il cambio fisso è 1 € = 110 escudos, quindi il biglietto costa circa dai 2,50 ai 4,50 €.
Poco, se li hai. Tantissimo, se sei senza!
Ne deriva che, per coloro che non hanno la possibilità di entrare, si crei una sorta di "controfestival" sul lungomare all'ingresso, con tanto di palco alternativo con gruppo che canta, bancarelle, venditori, bibitari. E ressa: tanta, tanta, tanta ressa.
Dal pericolo di borseggi e addirittura di vere e proprie aggressioni, ero già stato messo in guardia. Una volta, mi dicono, erano anche molto frequenti le risse; ma ormai lo spiegamento di polizia, esercito, finanza ed altro è veramente imponente.
Nel dubbio, io mi metto in tasca una banconota da 1000 scudi e lascio il portafogli in macchina, in modo da rendere più agevole il lavoro dei topi d'auto!

All'ingresso siamo in 8, tra ragazzi e ragazze, facciamo il biglietto ed entriamo. Lo spettacolo è grandioso: alla destra il mare, sulla testa il cielo stellato con la luna, davanti un palco illuminato e migliaia di ragazzi e ragazze che ballano. Tutto intorno bancarelle che vendono cibo e birra.
Mi soffermo un attimo sul concetto di bancarella. Si tratta di un ombrellone sotto il quale c'è un tavolino dove è appoggiato un fusto di birra che viene spillata in bicchieri di plastica. A lato, un piccolo barbecue sul quale sfrigolano cosce di pollo o tranci di pesce. I più forniti, vendono anche sigarette sfuse.



Sul palco si esibisce un gruppo rap che si chiama "Rapaz 100 Juiz" e che canta brani di forte critica sociale: contro lo stipendio dei deputati, contro i politici, contro la gestione della scuola, contro il costo della vita che non permette di arrivare a fine mese, contro il prezzo della benzina; qui tutti sembrano conoscere a memoria queste canzoni. Sarebbe facile scrivere che tutto il mondo è paese, infatti non lo faccio. Ma non posso non notare quattro rasta super-fattoni che ballano ogni canzone con lo stesso, ipnotico ritmo; anche nelle pause tra una canzone e l'altra, non smettono mai di dondolare.


Ci viene voglia di birra; non potevamo saperlo, ma si rivelerà un'impresa.
Un bicchiere di birra media costa 60 escudos (due settimane fa a Biella l'ho pagata, identica, 5,50 €) e nessuno dei venditori ha il resto alla banconota da mille. Dopo aver girato invano per un po', l'unica soluzione è raccogliere una decina di amici ed offrir loro una birra.
Il problema è che poi questi amici vogliono ricambiare; per risparmiare, moltissime ragazze portano in borsa bottiglie di plastica da mezzo litro piene di "Ponce", una sorta di crema alcolica, tipo il Baileys, ma a base di un liquore locale, il grogue, e aromatizzata ai gusti più disparati: fragola, menta, cioccolato. Ce ne offrono a fiumi: dolce, vomitevole, ubriacante!
Il festival è stato un successone di divertimento fino a notte fonda.

Infine, devo dire che l'uomo europeo un po' datato, ma non ancora da rottamare, incontra parecchi apprezzamenti. Ma può darsi che questo dipendesse dal molto alcol che girava. O piuttosto dalla voce, che si era diffusa, che stavamo offrendo da bere.

lunedì 18 maggio 2015

Gamboa Festival Vol. 1

Ciò che ho subito notato al mio rientro a Capo Verde è stato l'aumento della temperatura. Fa caldo, molto caldo, e sudo come Renzo Bossi alle prese con un'equazione. Fortunatamente sono molto attento alla mia salute, perciò reintegro i liquidi, i sali e le fibre con una fresca bevanda locale a base di acqua, malto e luppolo.

Venerdì sono stato a Praia per lavoro; ne ho approfittato per fermarmi e vedere il "Gamboa Festival", del quale avevo sentito molto parlare.
Il Festival prende il nome dalla spiaggia di Gamboa, probabilmente la più grande di Praia, dove già la mattina avevo avuto modo di notare un grande spazio cintato nel quale stavano finendo di montare il palco. Vi si sarebbero alternati 4 o 5 gruppi durante la serata, in un format simile al concerto del 1 Maggio di Roma.

Il Festival mi ha colpito, ma ancor più l'epopea per arrivarci.
Ci sarei andato col mio amico svizzero Andreas, che è qui da sei anni e che ha quindi stretto numerose amicizie. Inizio previsto della manifestazione h 22:00, termine h 2:00 della mattina; abbiamo convenuto, quindi, di non andarci troppo tardi.
Siamo entrati all'una e venticinque.

Innanzi tutto abbiamo preso un aperitivo e abbiamo deciso di andare a cena; prima però, Andreas mi ha presentato dei suoi amici e delle sue amiche e mi ha lasciato per accompagnare a casa un paio di essi. Io sono quindi rimasto con gli altri, a me sconosciuti, che parlavano in creolo e che quindi non capivo, limitandomi a sorridere ebete quando tutti ridevano (forse di me!). Dopodiché anche questi si sono divisi: io sono andato con due ragazze e un ragazzo, che mi hanno detto di seguirli.
Saliti su un taxi, siamo andati verso un quartiere senza illuminazione pubblica, dove già immaginavo di dovermi separare forzatamente dai miei organi interni (tranne il fegato che probabilmente non avrebbero voluto!).

Qui entriamo in casa di una delle ragazze che mi presenta la madre, lo zio, il fratello e si va a cambiare. Io resto solo con la mamma e lo zio che intanto guardano la telenovela, seduto sul divano, senza saper che dire.
Va sottolineato che qui sono davvero molto ospitali e puoi piombargli in casa a qualsiasi ora che ti accolgono col sorriso. Una volta due poveri Testimoni di Geova, probabilmente dei tirocinanti, hanno avuto la malaugurata idea di suonare a casa di mio papà mentre stava cenando. Mio papà ha elegantemente sciorinato una sequela di bestemmie tale, che uno dei due si è convertito ed è diventato leader di una setta satanista, l'altro ha fondato un culto incentrato sulla venerazione del volto di Donatella Versace.
Mentre mi stavo appassionando alla telenovela, torna la ragazza che intanto si è cambiata, ma non torna il ragazzo (mai più rivisto). Invece l'amica arriva con un'altra ragazza che, mi dicono, ha difficoltà nel parlare: sono una brutta persona, lo so, ma sono stato felice perché avevo finalmente una conversatrice al mio livello!

Sento Andreas, che ci aspetta con altri amici in un locale che si chiama "Sovaco de Cobra", letteralmente "Ascella di serpente". Con questa premessa inquietante andiamo a prendere un taxi per raggiungerli, passando per vicoli che nemmeno a Caracas o a Baghdad.
Arriviamo in questo locale che, a dispetto del nome, è molto carino, e si limita praticamente ad una serie di tavolini in una piazzetta.
La compagnia era piacevole, la caipirinha buona, il clima stupendo, la musica allegra.
Ed è da lì, con lo stomaco vuoto di cibo e pieno di alcol, che verso l'una ci siamo alzati per andare al Gamboa Festival, del quale parlerò nella prossima puntata.


In tutto questo, mi sono divertito molto, ma delle decine di persone che ho conosciuto quella sera, ricordo solo un nome: Ramon, il protagonista della telenovela!