Tarrafal è un minuscolo paesino infilato proprio in fondo in fondo ad una piccola isola del già sperduto arcipelago di Capo Verde (slogan nazionale: Cabo Verde No Stress). Il nostro caro amico Andreas ha deciso però che Tarrafal è troppo mondana e caotica e che quindi aveva bisogno di un ritiro rigenerante nel mezzo del massiccio della Serra Malagueta, in fondo ad una delle tante valli che attraversano le montagne e che solo in alcuni periodi dell'anno sono attraversate da torrenti tumultuosi che si originano nella stagione delle piogge.
La località scelta è Lagoa, 20/25 case sparse, 10 abitanti. Per raggiungerla, da Tarrafal, 15 minuti di macchina e un'oretta di cammino. "Un'oretta"! Con questa espressione leggera, con questo vezzeggiativo, il buon Andreas ha buttato lì la sua trappola infernale; e sicuramente se la rideva sotto i baffi quando l'ingenuo topo Luigi c'è cascato con scarpe e tutto, proponendo a Francesco: "Andiamo a trovarlo un giorno?".
Mi si fosse seccata la lingua!
Andreas ci aspettava sul bordo della strada, vestito da suonatore di corno alpino; ci ha salutati e ci ha indicato vagamente la direzione da prendere, laggiù, tra le montagne.
Ora, benché io viva a Biella, non ho mai amato particolarmente la montagna. Lei lo sa, e ricambia abbondantemente. Infatti mentre Andreas scendeva con elvetica sicurezza e Francesco zompettava leggiadro da atleta qual è, io ho iniziato dopo pochi minuti a sbuffare come un'orca arenata sulla battigia. Perché, cari voi, la discesa non è affatto facile. Tra pietre, pietroni, terriccio friabile, roccia franabile perché frana non è che fria, mantenere l'equilibrio e l'integrità delle caviglie è un'impresa. Mentre scendevo, riflettevo su come la natura non faccia nulla a caso e abbia dotato tutti gli animali di montagna di quattro zampe, per questioni di equilibrio: per esempio i cervi, o i cinghiali o comunque gli altri ungulati.
Curioso come, più andavo avanti, più mi sentivo anch'io un po' ungulato dagli eventi.
Per non farmi mancare nulla, mi sono concesso anche una ricca derapata partita dai piedi e conclusasi sul culo. Nonostante il fiato corto per lo sforzo, credo di non essermi dimenticato nemmeno un Santo... al limite, avrei rimediato al ritorno.
In fondo alla "ribeira" (valle), il paradiso terrestre. Acqua sorgiva, banani, alberi di fico, di manghi, di papaia, canne da zucchero e molto altro. Ci siamo rinfrescati alla sorgente e abbiamo proseguito verso Lagoa dove ci attendevano tre turisti tedeschi accompagnati dal nostro amico Model, nonché la coppia dei padroni di casa, Bumba e Fatima. Sono costoro due sessantenni che ne dimostrano fisicamente non più di quaranta (...), gentili, sorridenti e con un approccio alla vita quotidiana di chi conosce il valore del tempo senza esserne schiavo.
Quello che mi ha colpito, entrando in casa loro, è stata l'incredibile esposizione di Santi e Madonne alla pareti, pareva quasi che li avessi convocati. Un fucile, appoggiato con disinvoltura in un angolo, mi ha dissuaso dall'approfondire l'argomento religioso.
Bumba e Fatima ci hanno accolti con una ricca colazione, e meno male! perché finalmente cominciavo a condividere il tratto caratteristico di un animale di montagna: la fame del lupo!
Cuscus con latte, banane appena colte, fragole idem, frittelle fatte in casa, caffè e te.
Wow. Semplicemente wow.
Un po' riappacificato con l'universo, ho seguito Andreas che ha mostrato a tutti noi il suo eremo: una ex stalla di pochi metri quadri, dotata di uno stanzino con un letto spartanissimo, acqua per lavarsi in un barile, due libri, due lampade, una candela. Fantastico.
Io e Francesco, italiani fino in fondo e orgogliosi di far conoscere anche all'estero le buone abitudini della nostra terra, abbiamo raccontato a tutti come in luoghi del genere da noi di solito si nascondano i latitanti. Da oggi per noi Andreas sarà "Binnu".
Scherzi a parte, ci sono tutti i fattori giusti per organizzare un turismo rurale rilassante e fuori dagli schemi, anzi, come si diceva ieri, fuori dal mondo. Se poi Bumba porterà avanti il progetto di costruire una piscina di acqua sorgiva, si parlerà davvero dell'Eden.
Abbiamo pranzato con un piatto tipico del posto, composto da polenta, carne e fagioli; ho trovato tutto incredibilmente buono, ma per onestà va detto che con la fame che avevo avrei mangiato pure le pietre.
Bumba intanto ci spiegava che il fucile gli serve per sparare alle scimmie che gli devastano i raccolti; ha anche aggiunto che volendo, la prossima volta ci fa trovare scimmia arrosto. Io sono un po' dubbioso, mi sembrerebbe quasi di mangiare un mio cugino. E non lo dico in quanto primate, ma proprio perché ho un cugino ventenne che somiglia ad un babbuino!
Dopo pranzo ci siamo congedati perché la semifinale di Champions incombeva.
La discesa è stata difficile; la salita molto più facile, ma molto più dura. In alcuni tratti sembrava veramente di risalire Monte Fato.
Ah, se la distruzione dell'Anello fosse dipesa da me e dalla mia propensione alle arrampicate, di sicuro avremmo Sauron Presidente del Consiglio e i Nazgul come Ministri. Agli Interni, sempre Alfano, credo.
Intanto oggi cammino come un ungulato.
Può capitare di partire dal Piemonte nebbioso e di ritrovarsi in Africa. Che però tanto Africa non è.
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mercoledì 10 maggio 2017
giovedì 27 aprile 2017
Giorni di ordinario benessere.
Dopo un periodo abbastanza lungo di assenza da Capo Verde (2 mesi e mezzo, record da quando sono arrivato qui), finalmente sono tornato in questa mia terra adottiva.
E sono capitato a fagiuolo per i festeggiamenti che celebravano, il 25 aprile, i 100 anni del Municipio di Tarrafal. Che, nonostante il secolo di vita, rispetto a mia nonna rimane un adolescente!
Il ciclo di celebrazioni ha portato, oltre alla classica visita del Presidente della Repubblica ed altrettante classiche parole di rito, tutta una serie di eventi, trai quali alcuni molto interessanti. Ho assistito per esempio con piacere al concerto dell'Orchestra "Sete sois sete luas", composta da giovani talenti locali; musica bella ad un volume piacevole e mai invadente, luci adatte, pubblico delle grandi occasioni. Solo una nota stonata (metaforicamente): il concerto è iniziato puntuale ed io, che mi ero organizzato su orari capoverdiano-trenitaliani, me ne sono perso un pezzo. Sicuramente un errore, protesterò con chi di dovere!
Rientrando dopo questi mesi e rientrando in contatto con un mondo tanto diverso da quello in cui ero immerso fino a 2 settimane fa, non posso che pormi le solite domande che mi sono sempre posto prima, durante e dopo un trasferimento così radicale. Alla maggior parte non posso ancora rispondere, perché molte cose sono ancora in divenire; mi sento però di poter tentare un parziale bilancio tra pro e contro, in un'ottica dichiaratamente soggettiva, infarcita di pregiudizi e luoghi comuni e in ordine assolutamente casuale.
Ritmi di vita: sicuramente più blandi, non c'è paragone. Se Capo Verde ha scelto l'espressione "No Stress" come cardine del suo marketing, ci sarà un motivo! Paradossalmente, per noi spesso ciò è stressante, considerando il tempo che si passa ad aspettare personaggi che hanno un concetto del tempo e dello spazio molto blando. Ma considerando che ho smesso di prendere i medicinali per la pressione, che mi si è normalizzata, direi PRO
Qualità di vita: qui le possibilità sono nettamente più basse in Europa, e si potrebbe commentare con un bel "Grazie al ca**o". Ma questo per dire che il paragone è impossibile. Mi mancano tante cose, ma a tante di esse ho rinunciato senza nemmeno accorgermene. Il servizio sanitario locale mi spaventa un po', ma a parte questo direi che qui si sta meglio. PRO
Rapporti sociali: vivo in un luogo in cui puoi fermarti a scherzare per strada con i bambini e a parlare, ricambiato, con le ragazze. Al mio paese ciò si tradurrebbe in spray al peperoncino, teaser nella schiena e guardie che mi portano via. Ma mi pesa fortemente il fatto che sia praticamente impossibile farsi amici disinteressati. Ne conto 3, in 2 anni e mezzo di permanenza. Purtroppo qui gli europei sono ancora visti quasi sempre come Bancomat ambulanti. CONTRO
Vita sociale: Questo popolo ama divertirsi, quindi le offerte sono molteplici. Inoltre nessuno guarda male un quarantenne in discoteca. Però quasi tutte le occasioni sociali sono funestate da eccessi alcolici e mancano alcune alternative, tipo locali dove poter bere una birra dopo cena. Cosa che comunque a casa non faccio mai. PARI
Sistemazione: io personalmente trovo Biella molto bella. Qui però posso permettermi di vivere in una bella villa vista mare, mentre a Biella la villa non ce l'ho, per non parlare del mare. Inoltre, gli spazi che ho a disposizione mi permettono di tenere un gatto e due cagnoni, cosa mai accaduta prima in vita mia; e devo dire che, benché io non sia un nazi-animalista, la cosa mi piace parecchio. PRO e a tal proposito...
Natura: la natura qui la vivi e la subisci. Se piove va via la luce, se va via la luce va via l'acqua. Quindi quando c'è acqua, non c'è acqua. Tranne l'acqua di mare che sale e ti entra in casa, Inoltre il gallo ti sveglia, il cane ti ringhia, la pecora ti attraversa la strada e il porco di quel porco. PRO per il contatto con la natura CONTRO per l'eccessivo contatto con la natura.
Ragazze: PROPROPRO
Lavoro: In Italia è quasi impossibile fare impresa; qui è molto difficile fare impresa. La raccolta dei dati è in corso, vedremo. GIUDIZIO SOSPESO.
Burocrazia. CONTRO, un CONTRO talmente netto che solo chi vive e lavora in Italia può capirne la portata. Esistono luoghi ben più lenti, macchinosi e snervanti che il nostro Paese.
Altre aree potranno essere valutate in futuro, in caso aveste suggerimenti, scrivete. Io nel dubbio sto raccogliendo i soldi per il dentista; qui vige lo scambio anatomico: in cambio di un dente, un rene.
Speriamo che basti, perché, anatomicamente parlando, temo che mi chiedano ben altro.
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Tarrafal, Capo Verde
mercoledì 30 novembre 2016
Sono vivo e sono qui.
Due giorni fa la mia amica Valeria mi
ha fatto notare, con una gentilezza comune solo a lei e al Grinch.
Che da un po' di tempo non aggiorno il blog. È vero, lo ammetto.
La tecnologia purtroppo gioca contro e
quindi, mentre voi vivete nel 2016, io sono ancora per molti versi
negli anni 80/90 e sto scrivendo queste righe sul mio StarTAC.
Qui a Tarrafal tutto bene, è il
periodo dell'invasione dei turisti bianchi, quelli che fuggono dal
freddo rifugiandosi nelle calde ed accoglienti temperature
capoverdiane.
E molti di questi sono personaggi ben strani.
Ovviamente il primo effetto di questa
tendenza è un proliferare di coppie lei bianca-lui nero, anime
gemelle che la sorte beffarda ha fatto nascere a migliaia di
chilometri di distanza, ma che per una meravigliosa e perfetta
sincronia astrale si ritrovano tra miliardi di altre anime per
vivere una eterna storia d'amore di una settimana.
Dopodiché, quello che accade a lei non
lo so. Il lui, generalmente, è così affranto dalla separazione da
dover soffocare il dolore tra le braccia della successiva storia
d'amore (eterna).
Il visitatore bianco ama la formula
turista-fai-da-te. Quindi capita spesso di vedere coppie tedesche dal
saldalo in cuoio sul calzino immacolato, e dalla pelle ancora più
immacolata (il primo giorno; dal secondo fluo, dal terzo squamato),
che si aggirano per il paese con l'occhio del mercante arabo vissuto
40 anni nel suq di Algeri, per poi comprare terribili pareo made in
China che esibiscono la scritta “Viva Cabo Velde” e pagandoli
decine euro, per ricevere il resto in banconote del Monopoli in
versione Angolana.
Sul cibo poi, le stesse persone che a
casa sono nazi-igienico-salutiste, qui si fanno abbindolare da alcuni rasta sulla spiaggia che non hanno conosciuto il sapone nemmeno sui
libri, ma che propinano un'ottima “cucina naturale”, consistente in pesce cucinato direttamente in spiaggia, nella sabbia, su un fuoco di alghe
secche, carapaci di scarafaggi e sterco di animali estinti con
l'ultima glaciazione.
Però quando vengono a mangiare da noi,
se il bicchiere è un po' alonato, se il pesce grigliato non sorride o
se l'aragosta non gli fa il nuoto sincronizzato nell'acqua di
cottura, allora no! Non va!
A casa bene. Il gatto fa cose da gatto.
Tra l'altro abbiamo scoperto che è maschio, quindi sarà opportuno
cambiargli nome perché Selma non è adatto. Vedremo se rimanere in
area Simpson o cambiare. Vista la sua vergognosa propensione a
mendicare il cibo, “Barbone” sarebbe indicatissimo.
I cani mi danno da pensare. Credo che
conoscano i giorni della settimana.
La donna delle pulizie viene tutti i
giorni dal lunedì al venerdì. E il cortile dove i cani passano la
maggior parte del tempo resta lindo e pinto tutta la settimana. Ma
appena se ne va la donna, verso le 13 del venerdì, taaaac, puntuali
come un treno giapponese, scagazzano senza vergogna, e così dobbiamo
tenerci il frutto del loro intestino per tutto il fine settimana o
metterci di santa pazienza e far sparire il misfatto.
Passerò qui il Natale. Il clima è
buono e non mi dispiace particolarmente.
Ho solo qualche problema con gli
indumenti. Vuoi perché si logorano, vuoi perché Odette si ostina a
stenderle al sole diretto, vuoi per i buchi fatti da alcuni insetti
che hanno il coraggio di nutrirsi di tessuto intriso del mio sudore,
il numero delle mie magliette è di molto calato.
Ma ho due polo tarocche comprate in
Tunisia che non demordono. Grazie al loro equilibrato filato composto
al 50% di acrilico, al 40% di eternit e al 10% di maledizioni in
sumero, tengono botta e sono uguali al giorno che le ho comprate.
Però sono così sintetiche che se
soffia un po' di vento si elettrizzano al punto che sparo fulmini che
Thor in confronto è un liceale che fa gli esperimenti di Galvani con le rane.
Ora devo andare che c'è la notte
tipica e ci sono le ballerine. La settimana scorsa una si è offesa
perché le infilato una banconota nel gonnellino.
Ah, questi muri interculturali non
cadranno mai abbastanza presto!
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Tarrafal, Capo Verde
domenica 1 novembre 2015
Cosa mi manca dell'Italia.
La domanda classica che viene posta a chi si trasferisce all'estero è: "cosa ti manca del tuo paese?".
Non so bene se funzioni così ovunque, ma, per la mia esperienza, in Italia è un po' una costante; in particolare, da popolo di mangiatori quali siamo, le domande vertono molto sugli aspetti eno-gastronomici del paese di destinazione; paese che, più è esotico, più ovviamente suscita curiosità.
Cosa mi manca dell'Italia? Avrei dovuto (e voluto) scrivere questo post prima di rientrare a casa, dove mi trovo in questo momento; ma una serie di eventi e di circostanze avverse non mi hanno permesso di tener fede ai miei propositi. Sarebbe stato il momento migliore per riflettere sull'argomento, in quanto dopo sei mesi di permanenza continua all'estero avevo raggiunto il picco massimo della nostalgia (se nostalgia si può chiamare).
Adesso però sto scrivendo nella pausa post-pradiale dopo che mia mamma mi ha cucinato il PIL del Belgio, e tutte le cibarie che mi apparivano in sogno e che non vedevo l'ora di riassaggiare, ora le vedo come sfocate nelle nebbiose terre della sazietà!
Cosa mi manca quindi? La pasta? No, la pasta c'è, c'è ovunque. Il caffè? No, il caffè capoverdiano è molto, molto buono. Gli amici e la famiglia. Sì, molto. Ma è anche vero che qui la loro vita scorre con ritmi diversi e paralleli rispetto ai miei e che quando torno non riesco mai a godermeli come vorrei.
La televisione Italiana? Per carità, no! Il mio primo giorno in Italia mi sono dovuto sorbire un intero TG5 e ho scoperto che c'è ancora il Grande Fratello. Io pur di non dovermi sorbire un solo minuto di RAI o di Mediaset, continuo a pagare Sky anche quando sono via... Quindi no, la TV decisamente no. Anzi, non gliela perdonerò mai, ai Maya, di avermi illuso qualche anno fa!
Mi mancava molto Deejay Chiama Italia, ma con la App di Deejay e con l'ora legale, me l'ascolto anche a Capo Verde senza problemi.
I cocktail nei bar? Sì, anzi, più che altro la possibilità di berli! Così come apprezzo il fatto che vado al supermercato e trovo di tutto, mentre a Tarrafal una spesa completa richiede tempo, energia e molta pazienza nel reperire ciò che mi serve.
Mi manca abbastanza parlare la mia lingua, mi mancano i Simpson, mi mancano il mio letto e il mio appartamento comodissimo.
Mi mancano alcune cosine buone da mangiare, e, poiché il Piemonte da il meglio di sé in autunno, con funghi, castagne, vino, polenta e risotti, sono capitato a fagiuolo. Sto già facendo nuovi buchi alla cintura.
Ma posso anche sfruttare il ritardo col quale scrivo questo post per integrarlo con "ciò che non mi manca".
E, a costo di andare sul banale e sul retorico, si tratta sempre delle solite cose di noi italiani.
Non mi manca il fatto che non ci si rivolga il saluto, che ci si prenda troppo sul serio, che in macchina ci si trasformi e si diventi idioti aggressivi.
Detesto i telegiornali e lo sciacallaggio che fanno, nascondendo, dietro al diritto di cronaca, una becera ricerca di ascolti.
Non mi mancano la politica, la pioggia, la musica italiana.
E ora basta perché poi mi intristisco, quando in realtà sono in ferie.
Quando mi chiedono com'è l'Italia, rispondo sempre: "è il paese più bello del mondo, ma ha un unico difetto: è pieno di italiani!"
Stasera mi sparerò tre spriz. E non se ne parla più!
Non so bene se funzioni così ovunque, ma, per la mia esperienza, in Italia è un po' una costante; in particolare, da popolo di mangiatori quali siamo, le domande vertono molto sugli aspetti eno-gastronomici del paese di destinazione; paese che, più è esotico, più ovviamente suscita curiosità.
Cosa mi manca dell'Italia? Avrei dovuto (e voluto) scrivere questo post prima di rientrare a casa, dove mi trovo in questo momento; ma una serie di eventi e di circostanze avverse non mi hanno permesso di tener fede ai miei propositi. Sarebbe stato il momento migliore per riflettere sull'argomento, in quanto dopo sei mesi di permanenza continua all'estero avevo raggiunto il picco massimo della nostalgia (se nostalgia si può chiamare).
Adesso però sto scrivendo nella pausa post-pradiale dopo che mia mamma mi ha cucinato il PIL del Belgio, e tutte le cibarie che mi apparivano in sogno e che non vedevo l'ora di riassaggiare, ora le vedo come sfocate nelle nebbiose terre della sazietà!
Cosa mi manca quindi? La pasta? No, la pasta c'è, c'è ovunque. Il caffè? No, il caffè capoverdiano è molto, molto buono. Gli amici e la famiglia. Sì, molto. Ma è anche vero che qui la loro vita scorre con ritmi diversi e paralleli rispetto ai miei e che quando torno non riesco mai a godermeli come vorrei.
La televisione Italiana? Per carità, no! Il mio primo giorno in Italia mi sono dovuto sorbire un intero TG5 e ho scoperto che c'è ancora il Grande Fratello. Io pur di non dovermi sorbire un solo minuto di RAI o di Mediaset, continuo a pagare Sky anche quando sono via... Quindi no, la TV decisamente no. Anzi, non gliela perdonerò mai, ai Maya, di avermi illuso qualche anno fa!
Mi mancava molto Deejay Chiama Italia, ma con la App di Deejay e con l'ora legale, me l'ascolto anche a Capo Verde senza problemi.
I cocktail nei bar? Sì, anzi, più che altro la possibilità di berli! Così come apprezzo il fatto che vado al supermercato e trovo di tutto, mentre a Tarrafal una spesa completa richiede tempo, energia e molta pazienza nel reperire ciò che mi serve.
Mi manca abbastanza parlare la mia lingua, mi mancano i Simpson, mi mancano il mio letto e il mio appartamento comodissimo.
Mi mancano alcune cosine buone da mangiare, e, poiché il Piemonte da il meglio di sé in autunno, con funghi, castagne, vino, polenta e risotti, sono capitato a fagiuolo. Sto già facendo nuovi buchi alla cintura.
Ma posso anche sfruttare il ritardo col quale scrivo questo post per integrarlo con "ciò che non mi manca".
E, a costo di andare sul banale e sul retorico, si tratta sempre delle solite cose di noi italiani.
Non mi manca il fatto che non ci si rivolga il saluto, che ci si prenda troppo sul serio, che in macchina ci si trasformi e si diventi idioti aggressivi.
Detesto i telegiornali e lo sciacallaggio che fanno, nascondendo, dietro al diritto di cronaca, una becera ricerca di ascolti.
Non mi mancano la politica, la pioggia, la musica italiana.
E ora basta perché poi mi intristisco, quando in realtà sono in ferie.
Quando mi chiedono com'è l'Italia, rispondo sempre: "è il paese più bello del mondo, ma ha un unico difetto: è pieno di italiani!"
Stasera mi sparerò tre spriz. E non se ne parla più!
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Ubicazione:
13048 Santhià VC, Italia
venerdì 19 giugno 2015
due-punto-zero
Qualche giorno fa mi trovavo in un bar a bere un caffè con un amico capoverdiano quando la radio, una delle poche che trasmettono anche brani internazionali, manda Nek con "Lascia che io sia" in versione spagnola. Poiché si stava parlando di musica, dico al mio amico:
"Per esempio, Nenè, questo cantante è italiano"
Mi risponde: "No, si chiama Nek ed è colombiano"
Ed io "No, davvero, è emiliano"
E Nenè "Non si chiama Emiliano, si chiama Nek, lo stanno dicendo proprio adesso".
E mentre lo speaker gli dava ragione, non ho trovato le parole per replicare.
Rispetto a qualche anno fa, andar via di casa ha ben altro sapore. I mezzi tecnologici hanno davvero accorciato le distanze, per usare un'espressione trita e ritrita.
Vedo per esempio mia mamma con una certa costanza su Skype sicché quando ci si rivede di persona, non sembra nemmeno di esser stati divisi così a lungo. E tutte le sere, con mio fratello e mia sorella nel nostro gruppo di Whatsapp, ci scambiamo la buonanotte con conversazioni in copia-incolla dal giorno precedente.
Sempre su Whatsapp ho commentato in tempo reale con un gruppo di amici, come se fossimo sul medesimo divano, la recente disfatta della Juventus in Champions League. E tramite Facebook, per la medesima occasione, mi sono preso più insulti di quanti ne avrei beccati stuzzicando Sgarbi in diretta TV.
Beh, pochi anni fa (pochi???) non era così.
Nel 1999, quando ero a Zanzibar, mio papà ha avuto la malaugurata idea di mandarmi via fax la pagina di un quotidiano riportante una notizia che mi interessava. Venti minuti e ventiquattromila lire dopo, mi arrivava un foglio completamente nero ed illeggibile; non ho mai avuto il cuore di dirglielo!
Partire per la stagione significava tagliare i ponti per mesi, senza praticamente sentire nessuno (i cellulari non erano ancora in auge), e senza condividere quello che facevi per mesi e mesi. Al limite, carta, penna e francobolli... E considerando la qualità di ciò che si condivide adesso, non era poi tanto male!
Oggi è davvero tutto immediato. Ho saputo di un lutto al mio paese prima dei miei amici che ci vivono ed oggi ho praticamente partecipato in tempo reale, con foto e messaggi, al matrimonio di Elisa e Damiano (che sarebbero stati felici di avermi con loro, ma che hanno con la mia assenza risparmiato un millino di euro di alcolici!).
L'altra notte, svegliatomi per andare in bagno, mi sono accorto con sorpresa che mi avevano montato il bidet, a mia insaputa. Riscossomi un po' dal sonno, notavo sconcertato il colore rossastro del sanitario, nonché le lunghe antenne e le zampe mobili e vivaci. Ho chiesto scusa per non aver bussato e sono andato nell'altro bagno. Non sapevo di avere Samsa come coinquilino. Quando lo rivedrò gli chiederò la sua parte di affitto.
"Per esempio, Nenè, questo cantante è italiano"
Mi risponde: "No, si chiama Nek ed è colombiano"
Ed io "No, davvero, è emiliano"
E Nenè "Non si chiama Emiliano, si chiama Nek, lo stanno dicendo proprio adesso".
E mentre lo speaker gli dava ragione, non ho trovato le parole per replicare.
Rispetto a qualche anno fa, andar via di casa ha ben altro sapore. I mezzi tecnologici hanno davvero accorciato le distanze, per usare un'espressione trita e ritrita.
Vedo per esempio mia mamma con una certa costanza su Skype sicché quando ci si rivede di persona, non sembra nemmeno di esser stati divisi così a lungo. E tutte le sere, con mio fratello e mia sorella nel nostro gruppo di Whatsapp, ci scambiamo la buonanotte con conversazioni in copia-incolla dal giorno precedente.
Sempre su Whatsapp ho commentato in tempo reale con un gruppo di amici, come se fossimo sul medesimo divano, la recente disfatta della Juventus in Champions League. E tramite Facebook, per la medesima occasione, mi sono preso più insulti di quanti ne avrei beccati stuzzicando Sgarbi in diretta TV.
Beh, pochi anni fa (pochi???) non era così.
Nel 1999, quando ero a Zanzibar, mio papà ha avuto la malaugurata idea di mandarmi via fax la pagina di un quotidiano riportante una notizia che mi interessava. Venti minuti e ventiquattromila lire dopo, mi arrivava un foglio completamente nero ed illeggibile; non ho mai avuto il cuore di dirglielo!
Partire per la stagione significava tagliare i ponti per mesi, senza praticamente sentire nessuno (i cellulari non erano ancora in auge), e senza condividere quello che facevi per mesi e mesi. Al limite, carta, penna e francobolli... E considerando la qualità di ciò che si condivide adesso, non era poi tanto male!
Oggi è davvero tutto immediato. Ho saputo di un lutto al mio paese prima dei miei amici che ci vivono ed oggi ho praticamente partecipato in tempo reale, con foto e messaggi, al matrimonio di Elisa e Damiano (che sarebbero stati felici di avermi con loro, ma che hanno con la mia assenza risparmiato un millino di euro di alcolici!).
L'altra notte, svegliatomi per andare in bagno, mi sono accorto con sorpresa che mi avevano montato il bidet, a mia insaputa. Riscossomi un po' dal sonno, notavo sconcertato il colore rossastro del sanitario, nonché le lunghe antenne e le zampe mobili e vivaci. Ho chiesto scusa per non aver bussato e sono andato nell'altro bagno. Non sapevo di avere Samsa come coinquilino. Quando lo rivedrò gli chiederò la sua parte di affitto.
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Ubicazione:
Tarrafal, Capo Verde
domenica 15 febbraio 2015
Un fisico da scaricatore di porno!
Nell'ultima settimana sono andato a correre un paio di volte al tramonto; riprendere è faticoso, ma l'inattività, unita al fatto che mangio ogni giorno l'equivalente del PIL di Andorra, mi rende un po' pesantuccio. Tocca rimediare!
I capoverdiani amano lo sport. L'avevo notato durante i miei viaggi precedenti, quando ho visto qui a Tarrafal centinaia di persone allenarsi in spiaggia, o a Praia, dove altre centinaia correvano sul lungomare. In entrambe le città vi sono piccole "palestre" all'aperto per allenarsi da soli, con sbarre, anelli e altre cose di cui io non saprò mai il nome. E sono molto utilizzate.
Non voglio dire che qui, rispetto all'Italia si faccia più attività fisica. Solo che a Tarrafal, visto il clima, si fa all'aria aperta quindi è evidente! Da noi magari gli atleti sono tutti chiusi nei centri fitness, ma avendo io ricevuto il DASPO dalla Federazione Italiana Fitness, non posso saperlo!
I risultati fisici sono palesi. In generale i ragazzi capoverdiani sono molto belli: piuttosto alti e slanciati, bei fisici, pettorali a 18 pollici, tartarugona. Se poi hanno anche qualche altra qualità nascosta, al momento mi sfugge. E spero che continui a sfuggirmi, e io a sfuggire a lei!
Se aggiungiamo al fisico impressionante anche un sorriso sempre aperto, gli occhi spesso tendenti al verde ed un carattere veramente allegro e cordiale, ce n'è a sufficienza per giustificare tutte le mie ex colleghe che hanno perso la testa per giovanotti del posto.
Oltre che l'attività fisica, sicuramente anche l'alimentazione aiuta: frutta, pesce, riso e verdura sono la base. Poca carne, quasi esclusivamente pollo. Pochi dolci, pochissimi alcolici.
Il contrasto con la mia sana dieta a base di lasagne, alcol, panini alla mortazza e pasta al pesto,il tutto seguito da un tuffo sul divano, si legge nelle forme. Fisico a trapezio per entrambi; ma io a trapezio classico, loro a trapezio rovesciato.
Inoltre qui ho scoperto il "Pao de coco": un morbidissimo panino dolce contenente farina di cocco e probabilmente droga, poiché non si riesce a smettere di mangiarlo. Costa circa 25 cent di € ed è sicuramente dietetico!
Le ragazze, invece, tendono al "gordo". Meno attive nello sport, forse; o semplicemente per costituzione o perché figliano piuttosto presto, le ragazze qui spesso presentano la stessa caratteristica che il Cavaliere ha tanto cavallerescamente sottolineato nella Merkel. Non vuol dire che non ci siano belle ragazze, per carità! Ma la bilancia pende decisamente a favore dei maschietti!
L'aspettativa di vita non è affatto male per essere in Africa, anzi! Inoltre gli anziani dimostrano molti anni in meno rispetto a quelli effettivi.
Un popolo in forma, quindi. Vedremo tra un annetto, dopo che avrò portato sull'isola la cultura della pastasciutta! Mens sana in corpore grasso!
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Tarrafal, Capo Verde
mercoledì 4 febbraio 2015
Segnali di stile.
Tra il 1998 e il 1999 ho lavorato a Zanzibar, in quella che è stata la mia prima vera esperienza all'estero.
Ne serbo un bellissimo ricordo: la gente era veramente magnifica e fu naturale per me fare amicizia con molti di loro.
Pochi giorni prima di partire, un ragazzo del posto che lavorava al bar e del quale ricordo ancora il nome, Suleman, mi fece una domanda alla quale non seppi rispondere.
Le sue parole furono più o meno queste: "Noi qui non abbiamo molto, siamo poveri. Ciò nonostante ci vestiamo al meglio delle nostre possibilità, ci pettiniamo e curiamo la nostra immagine. Voi invece, che siete ricchi, vi vestite trasandati. Perché?"
Di sicuro appariva incomprensibile, per lui, che per noi fosse motivo di vanto e orgoglio l'esserci africanizzati, girare scalzi, vestire con abiti o accessori zanzibarini quando loro, invece, anelavano ad essere più occidentali possibile.
Prima di trasferirmi qui, mi sono ricordato delle parole di Suleman, ed ho fatto bene.
Come ho già scritto, i capoverdiani sono molto curati nel vestire, nonostante siano palesemente meno agiati di noi; capita spesso per esempio di vedere uomini, anche di una certa età, che indossano un completo. Un completo! Con il caldo che fa!
La prima volta che sono stato qui, nel 2013, avevo un appuntamento, insieme ai miei amici, col Sindaco nel suo ufficio al Municipio. Si moriva di caldo, ed io ero ovviamente con i pantaloni corti. Ebbene, sono dovuto tornare in hotel a cambiarmi per mettere quelli lunghi, altrimenti non sarei potuto entrare.
Questa lunga premessa solo per giustificare gli occhi con cui guardo i pochi europei, tra cui pochissimi italiani, che hanno fatto la scelta di trasferirsi in questo paradisiaco lembo di mondo.
Ho conosciuto una ragazza; simpatica e gentile, per carità, e sembrava anche felice di poter parlar la sua lingua madre. Anzi, ho creduto dapprima che l'avesse in parte dimenticata per via della lunga permanenza a Capo Verde. Poi invece, è emerso che vive qui da 4 mesi appena, che le manca Bergamo; e che nulla, l'italiano non deve mai averlo parlato troppo bene. Si è "africanizzata" molto bene. Dell'Africa mi ha trasmesso la scarsità di acqua (!) e l'abbondanza di primati pelosi (Signore, ti prego, fammi dimenticare quelle ascelle!!!).
Forse la verità è che l'Italia è un paese talmente alla moda, che appena ne usciamo siamo felici di poterci lasciare andare. Anche troppo.
Capita spesso che un italiano di ritorno da New York, riferisca: "Lì puoi vestirti come vuoi che nessuno ti guarda!"
Ma come direbbe il mio amico Alfonso Buscemi: "Ma ora sei in Italia, vai a cambiarti che fai schifo!".
Ne serbo un bellissimo ricordo: la gente era veramente magnifica e fu naturale per me fare amicizia con molti di loro.
Pochi giorni prima di partire, un ragazzo del posto che lavorava al bar e del quale ricordo ancora il nome, Suleman, mi fece una domanda alla quale non seppi rispondere.
Le sue parole furono più o meno queste: "Noi qui non abbiamo molto, siamo poveri. Ciò nonostante ci vestiamo al meglio delle nostre possibilità, ci pettiniamo e curiamo la nostra immagine. Voi invece, che siete ricchi, vi vestite trasandati. Perché?"
Di sicuro appariva incomprensibile, per lui, che per noi fosse motivo di vanto e orgoglio l'esserci africanizzati, girare scalzi, vestire con abiti o accessori zanzibarini quando loro, invece, anelavano ad essere più occidentali possibile.
Prima di trasferirmi qui, mi sono ricordato delle parole di Suleman, ed ho fatto bene.
Come ho già scritto, i capoverdiani sono molto curati nel vestire, nonostante siano palesemente meno agiati di noi; capita spesso per esempio di vedere uomini, anche di una certa età, che indossano un completo. Un completo! Con il caldo che fa!
La prima volta che sono stato qui, nel 2013, avevo un appuntamento, insieme ai miei amici, col Sindaco nel suo ufficio al Municipio. Si moriva di caldo, ed io ero ovviamente con i pantaloni corti. Ebbene, sono dovuto tornare in hotel a cambiarmi per mettere quelli lunghi, altrimenti non sarei potuto entrare.
Questa lunga premessa solo per giustificare gli occhi con cui guardo i pochi europei, tra cui pochissimi italiani, che hanno fatto la scelta di trasferirsi in questo paradisiaco lembo di mondo.
Ho conosciuto una ragazza; simpatica e gentile, per carità, e sembrava anche felice di poter parlar la sua lingua madre. Anzi, ho creduto dapprima che l'avesse in parte dimenticata per via della lunga permanenza a Capo Verde. Poi invece, è emerso che vive qui da 4 mesi appena, che le manca Bergamo; e che nulla, l'italiano non deve mai averlo parlato troppo bene. Si è "africanizzata" molto bene. Dell'Africa mi ha trasmesso la scarsità di acqua (!) e l'abbondanza di primati pelosi (Signore, ti prego, fammi dimenticare quelle ascelle!!!).
Forse la verità è che l'Italia è un paese talmente alla moda, che appena ne usciamo siamo felici di poterci lasciare andare. Anche troppo.
Capita spesso che un italiano di ritorno da New York, riferisca: "Lì puoi vestirti come vuoi che nessuno ti guarda!"
Ma come direbbe il mio amico Alfonso Buscemi: "Ma ora sei in Italia, vai a cambiarti che fai schifo!".
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Tarrafal, Capo Verde
martedì 3 febbraio 2015
Boa Noite.
Il mio appartamento a Biella si affaccia su una piazza già trafficata alle 5 del mattino. Quindi, mio malgrado, venivo svegliato molto presto dai rumori della strada. Mi lamentavo. Sciocco ingenuo.
Questa è l'ultima notte nell'hotel Cachoeira di Tarrafal; da domani dormirò nel nuovo alloggio affittato dall'azienda.
Mi immaginavo qui delle grandi dormite, la zona è tranquilla, in riva al mare, tra la natura e gli animali. E proprio loro, gli animali, si sono rivelati i nemici del mio sonno.
Tarrafal conta moltissimi cani randagi. Sono innocui, interagiscono tranquillamente con l'uomo e tra di loro, non sono affatto aggressivi e al massimo ti guardano con occhioni da attore consumato mentre mangi.
Passano praticamente tutto il giorno a sonnecchiare. Ma la notte no. La notte abbaiano.
I primi 5 minuti di latrati generalmente sorrido, perché mi torna sempre alla memoria la scena del telegrafo dei cani ne "La carica dei 101".
Dopo mezz'ora, mi sono già solennemente ripromesso di girare la città, il giorno successivo, per svegliare di soprassalto tutti i cani che trovo addormentati.
Dopo un'ora, ho deciso di comprarmi un leone da lasciare brado di notte dalle parti dell'hotel.
Se i cani sono randagi, l'animale domestico per eccellenza qui a Tarrafal è il gallo. Ogni famiglia ha un pollaio, e in ogni pollaio spadroneggia lui, il signore della notte.
Perché la storia del gallo che canta al sorgere del sole, come ce l'hanno propinata da fanciulli, è una fandonia. Il gallo canta sempre!
Ieri notte mi sono messo, per curiosità, a contare i "chicchirichì" del gallo del mio vicino, per capire quanto tempo ci avrebbe messo a seccarsi quella maledetta ugola. Dopo 40 minuti, al ritmo di un "chicchirichì" ogni 30 secondi circa, avevo ormai elaborato una complessa teoria: esiste un'associazione massonica di pennuti, impegnata, grazie a turni organizzati con elvetica precisione, a cantare tutta la notte, privando gli uomini del giusto sonno allo scopo di impadronirsi del mondo!
Alle 6 suona la campana della chiesa. Solo alle 6. Non alle 5, alle 7 o alle 8. Alle 6.
E probabilmente mi sarò perso qualcosa nel cambio Euro/Escudos/Fuso Orario, perché la campana batte 9 tocchi; forse per assicurarsi che io sia ben sveglio!
Infine, una riparazione accettabile potrebbe essere la pennica dopo pranzo. Gustosa e che amo particolarmente. Ma no! Non si può! La finestra del mio hotel si affaccia su di un cortile trasformato in officina, il cui proprietario sta riparando una macchina. Il genio deve sapere qualcosa che io non so, perché per riparare carrozzeria, motore, cerchi, interni, usa un solo strumento: il martello. Se le maledizioni funzionassero, sarebbe morto in almeno 5 universi paralleli!
Vedremo come passerà questa ultima notte. Da domani dovrò cercare nuove cose di cui lamentarmi!
Questa è l'ultima notte nell'hotel Cachoeira di Tarrafal; da domani dormirò nel nuovo alloggio affittato dall'azienda.
Mi immaginavo qui delle grandi dormite, la zona è tranquilla, in riva al mare, tra la natura e gli animali. E proprio loro, gli animali, si sono rivelati i nemici del mio sonno.
Tarrafal conta moltissimi cani randagi. Sono innocui, interagiscono tranquillamente con l'uomo e tra di loro, non sono affatto aggressivi e al massimo ti guardano con occhioni da attore consumato mentre mangi.
Passano praticamente tutto il giorno a sonnecchiare. Ma la notte no. La notte abbaiano.
I primi 5 minuti di latrati generalmente sorrido, perché mi torna sempre alla memoria la scena del telegrafo dei cani ne "La carica dei 101".
Dopo mezz'ora, mi sono già solennemente ripromesso di girare la città, il giorno successivo, per svegliare di soprassalto tutti i cani che trovo addormentati.
Dopo un'ora, ho deciso di comprarmi un leone da lasciare brado di notte dalle parti dell'hotel.
Se i cani sono randagi, l'animale domestico per eccellenza qui a Tarrafal è il gallo. Ogni famiglia ha un pollaio, e in ogni pollaio spadroneggia lui, il signore della notte.
Perché la storia del gallo che canta al sorgere del sole, come ce l'hanno propinata da fanciulli, è una fandonia. Il gallo canta sempre!
Ieri notte mi sono messo, per curiosità, a contare i "chicchirichì" del gallo del mio vicino, per capire quanto tempo ci avrebbe messo a seccarsi quella maledetta ugola. Dopo 40 minuti, al ritmo di un "chicchirichì" ogni 30 secondi circa, avevo ormai elaborato una complessa teoria: esiste un'associazione massonica di pennuti, impegnata, grazie a turni organizzati con elvetica precisione, a cantare tutta la notte, privando gli uomini del giusto sonno allo scopo di impadronirsi del mondo!
Alle 6 suona la campana della chiesa. Solo alle 6. Non alle 5, alle 7 o alle 8. Alle 6.
E probabilmente mi sarò perso qualcosa nel cambio Euro/Escudos/Fuso Orario, perché la campana batte 9 tocchi; forse per assicurarsi che io sia ben sveglio!
Infine, una riparazione accettabile potrebbe essere la pennica dopo pranzo. Gustosa e che amo particolarmente. Ma no! Non si può! La finestra del mio hotel si affaccia su di un cortile trasformato in officina, il cui proprietario sta riparando una macchina. Il genio deve sapere qualcosa che io non so, perché per riparare carrozzeria, motore, cerchi, interni, usa un solo strumento: il martello. Se le maledizioni funzionassero, sarebbe morto in almeno 5 universi paralleli!
Vedremo come passerà questa ultima notte. Da domani dovrò cercare nuove cose di cui lamentarmi!
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Ubicazione:
Tarrafal, Capo Verde
lunedì 2 febbraio 2015
Piccoli business.
La prima impressione, si sa, è importante.
E fin dalla mia prima volta sull'isola, ho avuto modo di farmi un concetto diverso da quello che i miei pregiudizi mi dettavano. Parlo soprattutto della gente.
Educata, vestita con dignità, affaccendata, attenta e cortese nei rapporti interpersonali. Gentile ma mai invadente.
Sto generalizzando, lo so, ma la differenza rispetto ad altre mie esperienze africane è palese. Non ho visto mendicanti, né quello sfruttamento disperato del turista tanto diffuso altrove.
Non sto dicendo che non ci siano poveri, per carità. Ma la mia percezione è che il tenore di vita di queste persone sia buono.
La cause sono molteplici, e magari ne scriverò in un altro momento.
Quello che mi colpisce, qui come altrove, è la micro attività commerciale; ma proprio micro micro. E che ha come unico limite la fantasia. Del resto, noi italiani siamo stati per decenni maestri nell'inventare fonti di reddito!
Di fronte alla spiaggia, stazionano all'ombra di un albero 4 o 5 donne, con bacinelle piene di noci di cocco. Stanno lì dalla mattina alla sera e offrono, ai turisti che vanno in spiaggia, "Agua de coco!".
Con sorridente caparbietà, ogni volta che passo, una di esse mi si avvicina e mi propone la sua "Agua de coco". Che purtroppo, essendo una bevanda analcolica, non rientra nei miei gusti. Una volta ho dunque risposto: "Io l'agua de coco la bevo solo col rum". E la signora sorridente: "Non c'è problema. Vai a comprare il rum, io ti aspetto con l'agua de coco".
E così ho fatto. Non potevo a questo punto esimermi.
In questo periodo si gioca la Coppa d'Africa di calcio, molto seguita qui, poiché vede impegnati gli amatissimi "Tiburones Azules", la nazionale di Capo Verde.
Come da manuale, nella piazza principale qualche sera fa era montato un maxi schermo e centinaia di persone stavano seguendo in piedi l'incontro.
La mia attenzione viene colpita da una signora, avrà avuto sui 70 anni, che girava tra le persone offrendo qualche cosa che non riuscivo a capire. Mi sono avvicinato: aveva una borsa grande, come quelle dell'Ikea, con dentro due sgabelli. Stava offrendo posti a sedere, per l'equivalente di 50 centesimi di euro!
La partita è finita 0 a 0. Spero che la signora abbia avuto miglior fortuna.
E fin dalla mia prima volta sull'isola, ho avuto modo di farmi un concetto diverso da quello che i miei pregiudizi mi dettavano. Parlo soprattutto della gente.
Educata, vestita con dignità, affaccendata, attenta e cortese nei rapporti interpersonali. Gentile ma mai invadente.
Sto generalizzando, lo so, ma la differenza rispetto ad altre mie esperienze africane è palese. Non ho visto mendicanti, né quello sfruttamento disperato del turista tanto diffuso altrove.
Non sto dicendo che non ci siano poveri, per carità. Ma la mia percezione è che il tenore di vita di queste persone sia buono.
La cause sono molteplici, e magari ne scriverò in un altro momento.
Quello che mi colpisce, qui come altrove, è la micro attività commerciale; ma proprio micro micro. E che ha come unico limite la fantasia. Del resto, noi italiani siamo stati per decenni maestri nell'inventare fonti di reddito!
Di fronte alla spiaggia, stazionano all'ombra di un albero 4 o 5 donne, con bacinelle piene di noci di cocco. Stanno lì dalla mattina alla sera e offrono, ai turisti che vanno in spiaggia, "Agua de coco!".
Con sorridente caparbietà, ogni volta che passo, una di esse mi si avvicina e mi propone la sua "Agua de coco". Che purtroppo, essendo una bevanda analcolica, non rientra nei miei gusti. Una volta ho dunque risposto: "Io l'agua de coco la bevo solo col rum". E la signora sorridente: "Non c'è problema. Vai a comprare il rum, io ti aspetto con l'agua de coco".
E così ho fatto. Non potevo a questo punto esimermi.
In questo periodo si gioca la Coppa d'Africa di calcio, molto seguita qui, poiché vede impegnati gli amatissimi "Tiburones Azules", la nazionale di Capo Verde.
Come da manuale, nella piazza principale qualche sera fa era montato un maxi schermo e centinaia di persone stavano seguendo in piedi l'incontro.
La mia attenzione viene colpita da una signora, avrà avuto sui 70 anni, che girava tra le persone offrendo qualche cosa che non riuscivo a capire. Mi sono avvicinato: aveva una borsa grande, come quelle dell'Ikea, con dentro due sgabelli. Stava offrendo posti a sedere, per l'equivalente di 50 centesimi di euro!
La partita è finita 0 a 0. Spero che la signora abbia avuto miglior fortuna.
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Tarrafal, Capo Verde
domenica 1 febbraio 2015
Un'isola a forma di pera.
Oggi è il 1 Febbraio. Un mese che mi piace, forse perché in Febbraio compio gli anni, o forse perché da sempre lo considero un mese di cambiamento.
Da due settimane mi trovo a Tarrafal, isola di Santiago, arcipelago di Cabo Verde, Africa occidentale.
Un'isola a forma di pera, l'isola della capitale, Praia.
E al nord-ovest dell'isola, dove dovrebbe all'incirca trovarsi il picciolo di questa pera inclinata, sta Tarrafal.
Sono qui per avviare un'attività commerciale, più precisamente un resort, con ristorante, bungalow, spiaggia attrezzata, annessi e connessi.
Al momento, sono impantanato in lungaggini burocratiche che quanto meno non mi fanno sentire lontano dall'Italia.
Ho già avuto modo di lavorare in altre zone turistiche dell'Africa, per cui avevo delle aspettative su ciò che avrei trovato, come posti, come gente, come vita, come dinamiche.
Ad oggi, si è rivelato tutto sbagliato.
Voglio scrivere qui di questo posto e di questa esperienza, di ciò che mi sembra sconosciuto e che poi scopro familiare, di ciò che mi sembra di conoscere e che invece si rivela completamente nuovo.
Perché in fondo oggi, 1 Febbraio, io sono in spiaggia, al sole. E non è poco.
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